Ci sono storie che non si scelgono.
Ti attraversano, ti cambiano, ti suggeriscono come guardare al meglio le tante realtà che ci circondano.
La mia storia si chiama 𝐒𝐭𝐞𝐟𝐚𝐧𝐨. È il fratello di mio marito Marco, in pratica, mio cognato.
Ma per me è molto di più: è una presenza silenziosa e potentissima che, da anni, mi ricorda cosa significhi davvero prendersi cura.
Stefano è nato con una disabilità grave.
Non parla perfettamente, non cammina, non potrà mai essere autonomo come molti altri.
Ma chi lo conosce sa che la sua vita non è fatta solo di limiti.
È fatta di sguardi, di emozioni, di una sensibilità profonda che spesso manca a chi si dice “normodotato”.
È fatta di una forza che, ogni giorno, insegna a non arrendersi.
Con lui ho sperimentato personalmente una cosa fondamentale: che la disabilità non è mai solo una condizione personale.
È una condizione familiare, quotidiana, totalizzante.
È fatta di sacrifici invisibili, di notti senza sonno, di burocrazie estenuanti.
È fatta di genitori che diventano infermieri, educatori, mediatori, combattenti.
È fatta di una domanda che prima o poi arriva, inevitabile:
“𝘊𝘰𝘴𝘢 𝘯𝘦 𝘴𝘢𝘳𝘢̀ 𝘥𝘪 𝘭𝘶𝘪 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘯𝘰𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘪 𝘴𝘢𝘳𝘦𝘮𝘰 𝘱𝘪𝘶̀?”
Ed è fatta anche di fratelli e sorelle che crescono troppo in fretta, con vite che si modellano attorno alla fragilità, spesso in silenzio.
Accanto alla disabilità fisica, poi, ce ne sono tante altre.
L’autismo, con bisogni complessi e spesso ignorati.
Le disabilità cognitive, quelle psichiche, quelle relazionali.
Fragilità che non fanno rumore, ma che chiedono ascolto, competenza, continuità.
E troppo spesso le famiglie vengono lasciate sole.
Schiacciate tra servizi insufficienti, risposte frammentate, tempi che non coincidono mai con la vita reale.
Come se la cura fosse una questione privata, e non una responsabilità collettiva.
La famiglia di Stefano, che oggi è anche la mia famiglia, per fortuna non vive grandi difficoltà economiche.
Ma penso spesso a chi questa fortuna non ce l’ha. A chi deve scegliere tra una terapia e una bolletta.
Tra il lavoro e l’assistenza.
Tra il prendersi cura di un figlio fragile e il non trascurare gli altri.
E mi chiedo: come si regge tutto questo, nel tempo, senza una rete vera?
È da qui che deve ripartire la politica.
Ed è per questo che ho accolto con entusiasmo l’annuncio del Presidente della Regione Campania, Roberto Fico.
Al suo primo atto da Presidente, Fico ha sbloccato fondi per ultimare e attivare a breve un Centro per l’autismo ad Avellino, una struttura attesa da decenni, e ha annunciato l’intenzione di istituire un tavolo tecnico-istituzionale permanente per l’autismo e le fragilità complesse, con l’obiettivo di mettere in rete istituzioni, esperti, famiglie e organizzazioni del settore e trasformare l’ascolto in risposte strutturate e durature: il riconoscimento che queste realtà esistono, che non possono più essere lasciate ai margini, che la cura deve tornare ad essere una priorità pubblica.
Perché il tema è sempre lo stesso.
È il tema della giustizia sociale.
Quello che vediamo ogni giorno nella crescita della povertà, nelle disuguaglianze, nelle famiglie che scivolano lentamente ai margini.
La fragilità non è una colpa.
E uno Stato giusto si misura da come accompagna chi è più esposto, non da quanto riesce a ignorarlo.
Per questo sento ancora più forte la responsabilità del mio impegno. Nel ruolo che ricopro come responsabile nazionale delle politiche del welfare di Europa Verde – Verdi, sento il dovere di portare queste storie dentro la politica. Senza retorica. Con verità.
Trasformando il dolore silenzioso di tante famiglie in diritti, servizi, risposte concrete.
Perché prendersi cura non può essere lasciato alla fortuna o alla resistenza delle singole famiglie.
Una società si giudica da come tratta i suoi cittadini più fragili.
E nessuno dovrebbe sentirsi solo nel prendersi cura di chi ama.
Stefano con il suo silenzio e con la dignità della sua famiglia, mi ricorda ogni giorno perché vale la pena impegnarsi: per dare voce a chi non ce l’ha, per costruire una comunità che non lasci indietro nessuno, perché la cura sia finalmente riconosciuta per ciò che è: un valore collettivo, non un peso privato.