A Niscemi oltre 1.500 persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Famiglie evacuate in poche ore, quartieri interdetti, edifici pericolanti.
La paura di non sapere quando – e se – si potrà tornare a casa. Non è solo cronaca.
È il risultato di un Paese che continua a intervenire dopo, invece di prevenire prima.
Il dissesto idrogeologico in Italia non è un’emergenza straordinaria: è una fragilità strutturale, nota da anni, spesso già mappata.
Eppure la prevenzione resta troppo spesso l’ultima voce nei bilanci pubblici. Oggi la solidarietà verso chi ha perso sicurezza e serenità è doverosa.
Ma la solidarietà, da sola, non basta più.
La politica ha una responsabilità chiara: investire nella manutenzione del territorio, nella messa in sicurezza dei versanti, nella protezione delle comunità più esposte.
È una scelta di giustizia sociale, perché a pagare il prezzo più alto sono sempre le persone più fragili.
Fa riflettere che mentre interi territori franano, si continuino a destinare miliardi a grandi opere come il Ponte sullo Stretto di Messina, risorse che potrebbero essere impiegate per salvare case, vite, comunità, invece di alimentare interessi che nulla hanno a che vedere con la sicurezza quotidiana delle persone.
Quello che è accaduto a Niscemi può accadere ovunque.
Continuare ad aspettare la prossima frana o la prossima alluvione non è più un’opzione.
La sicurezza delle persone viene prima di tutto. Sempre.
E prevenire costa meno – economicamente e umanamente – che ricostruire dopo.