Fin da ragazzina ho sempre letto e approfondito tutto ciò che riguardava la violazione dei diritti, facendomi un’idea precisa sulla posizione che volevo avere rispetto alle ingiustizie che spesso non vogliamo neanche vedere.
Da anni seguo ciò che accade in Iran: leggi che controllano i corpi, tribunali che puniscono il dissenso, una polizia morale che decide cosa è “puro” e cosa è “corrotto”, e un regime che usa religione e Stato come un’unica arma contro il proprio popolo, in particolare contro le donne.
Sapevo tutto questo prima di incontrare Azadeh.
Sarà per il mio lavoro, per la mia storia, o forse semplicemente per senso di giustizia, ma su certe questioni non c’è bisogno di un incontro per decidere “da che parte stare”.
Io quella parte l’ho scelta da tempo: accanto ai diritti umani, accanto alle donne, accanto alla libertà.
Ma l’incontro con Azadeh ha messo un volto, una voce, una vita concreta dentro ciò che già conoscevo.
Ci siamo trovate in un caffè, lontano dal suo Paese.
Aveva un modo di parlare che sembrava venire da una distanza infinita di chilometri.
Mi disse:
“Noi non chiediamo compassione. Chiediamo futuro.”
Mi ha raccontato di come si cresce in Iran se sei donna:
del primo hijab messo non per scelta ma per dovere,
delle maestre che controllano ogni ciocca di capelli,
della paura dei motorini della polizia morale che spuntano all’improvviso,
dei sogni coltivati in silenzio, piano, senza far rumore, perché non vengano scambiati per una sfida al regime.
Mi ha raccontato del canto.
Di come canta solo in bagno, con l’acqua della doccia che copre la voce, perché una donna non può cantare da sola in pubblico: la sua voce sarebbe “provocazione”.
Mi ha raccontato delle amiche laureate che non possono viaggiare senza il permesso del marito o del padre.
Mi ha raccontato della sorella rimandata indietro all’aeroporto perché “non aveva l’autorizzazione maschile”.
Erano fatti che conoscevo già. Studiati, letti, verificati.
Ma sentirli dalla voce di una ragazza di ventotto anni, con quella calma che solo le persone abituate alla paura riescono ad avere, è diverso.
Recentemente ci siamo sentite per i fatti degli ultimi giorni, delle proteste, dei tantissimi giovani che sfidano un regime teocratico che usa la fede come manganello.
Mi ha raccontato dei video girati col telefono in mano e il cuore in gola, prima che la rete venisse oscurata, e me ne ha inviati un paio che non pubblico per evitare che vengano bloccati.
Dei funerali che diventano manifestazioni.
Delle madri che non piangono più in pubblico per non essere punite anche nel dolore.
Della parola che risuona più di tutte: Libertà.
A un certo punto l’ho interrotta.
Le ho detto:
“Non avete bisogno che l’Europa vi guardi con pietà. Avete bisogno che riconosca e dia voce al vostro coraggio.”
Ma lei mi ha risposto con una frase che porto con me:
“Non vogliamo essere simboli. Vogliamo essere vive.”
C’è una cosa che qui in Occidente non si comprende:
il popolo iraniano non è un popolo da vittimizzare o da guidare dall’esterno.
È un popolo fiero, forte, colto, che oggi si sta opponendo non solo alla privazione dei diritti e delle libertà fondamentali, ma anche alle condizioni di povertà e al declino economico in cui il regime lo ha trascinato.
Un popolo che non vuole ingerenze, non vuole “potenze straniere” che intervengano con la scusa di salvare gli iraniani, strumentalizzando poi la loro sofferenza sul terreno del gioco geopolitico.
È al contrario un popolo che rivendica la propria rivoluzione, la sua storia, la sua dignità.
Perché ciò che vediamo nelle piazze iraniane non è una protesta telecomandata:
è un risveglio interno, popolare, generazionale, che si costruisce dal basso, nelle case, nelle università, nei mercati, nelle moschee, nelle periferie.
È un popolo che sta cercando la libertà da solo, rischiando tutto, senza chiedere permessi né patrocini.
Per questo lo dico con forza, senza sfumature:
quello che accade in Iran non è cultura. Non è religione. Non è tradizione.
È oppressione. È apartheid di genere.
È violazione sistematica dei diritti umani.
Chi oggi relativizza, chi minimizza, chi trova giustificazioni “geopolitiche”, chi invoca il rispetto delle “specificità culturali”, sta tradendo la libertà di un popolo e soprattutto di milioni di donne che ogni giorno mettono a rischio la propria vita anche solo per respirare più forte.
Io sto dalla parte di Azadeh.
Dalla parte delle donne iraniane.
Dalla parte di chi non si inginocchia davanti alla repressione.
Dalla parte di un popolo che non chiede pietà, ma futuro.
E se c’è una cosa che dovremmo chiederci, come donne, come cittadini, come istituzioni, ma anche come Europa, è questa:
Noi, da che parte stiamo?