La scorsa settimana è stata intensa.
E non soltanto perché ho compiuto gli anni, e ogni compleanno porta con sé pensieri, bilanci, domande.
Nel giro di pochi giorni ho visto NAZA e The Bibi Files.
Due documentari molto diversi, ma che finiscono per parlarsi.
NAZA, pur non avendo “rivelato” verità che non conoscessi, mi ha lasciato dentro un grande vuoto.
E un silenzio.
Un silenzio assordante, quello che ha avvolto la sala durante tutta la proiezione e che sembrava continuare anche dopo.
Perché quando senti parlare di algoritmi, obiettivi, percentuali e soglie “accettabili” di vittime civili, capisci quanto facilmente l’orrore possa diventare procedura.
“Danno collaterale”.
Due parole.
E dietro quelle due parole c’è una madre. Un padre. Un bambino. Una casa. Una storia.
Due giorni dopo ho visto The Bibi Files.
Netanyahu, il suo sistema di potere, gli intrecci politici e giudiziari, il rapporto con l’estrema destra.
Un altro racconto, ma un altro pezzo della stessa realtà: il potere, il modo in cui si costruisce, si protegge, si radicalizza.
E anche questo conta.
Perché Israele rivendica di essere una democrazia. E in una democrazia nessun potere dovrebbe essere al di sopra della legge.
Questi documentari non hanno costruito la mia opinione.
L’hanno resa ancora più consapevole.
Da tempo la mia posizione su Gaza e sulla Cisgiordania è netta: quello che sta accadendo al popolo palestinese ha un nome preciso.
Genocidio.
Questo non cancella il terrorismo di Hamas. E il terrorismo si condanna. Sempre.
Ma non possiamo accettare che bambini e civili uccisi, fame, torture, espulsioni e distruzione diventino qualcosa a cui il mondo finisce per abituarsi.
Non possono essere cancellate le responsabilità del governo israeliano, dell’esercito, del movimento dei coloni e di tutti coloro che condividono o avallano crimini contro civili inermi.
Così come non possono essere ignorate le responsabilità dei governi che continuano a sostenere quelle scelte o preferiscono voltarsi dall’altra parte.
Ed è estremamente preoccupante anche il tentativo di sovrapporre antisemitismo e antisionismo fino a rendere più difficile la critica politica, come sta accadendo con il ddl antisemitismo.
Combattere l’antisemitismo è necessario. Sempre.
Ma criticare il governo israeliano, il sionismo o le politiche dello Stato di Israele non significa odiare gli ebrei.
Confondere questi piani non aiuta a combattere l’odio.
Rischia di alimentarlo.
Per questo continuo a leggere, ascoltare, cercare, verificare.
Anche ciò che mi disturba. Anche ciò che non conferma quello che già penso.
Perché conoscere significa diventare più consapevoli.
E arriva un momento in cui essere consapevoli significa anche scegliere da che parte stare.
Non tra israeliani e palestinesi.
Non tra un popolo e un altro.
Ma tra chi crede che ogni vita umana abbia lo stesso valore e chi accetta che alcune vite possano essere ridotte a numeri, percentuali, soglie tollerabili.
A “danni collaterali”.
Io quella scelta l’ho fatta.
Perché c’è un silenzio che nasce dallo sgomento.
E ce n’è un altro che nasce dalla scelta di non vedere.
Il primo è umano.
Il secondo, quando sappiamo, non è più neutralità, ma complicità.