Hanno appena 13 anni. Tredici. Ragazzi che dovrebbero preoccuparsi di un’interrogazione, di una partita, di un brutto voto.
E invece arrivano a scuola e aggrediscono una sua insegnante.
Secondo quanto ricostruito, un di loro ha persino cercato di filmare quello che stava facendo. Ed è forse questo l’aspetto che dovrebbe interrogarci di più: non soltanto la violenza, ma l’idea di organizzarla, metterla in scena, mostrarla agli altri.
Qualche giorno fa, un altro caso simile, questa volta in Calabria, solo per caso non ha avuto un epilogo simile.
Liquidare tutto dicendo “sono delinquenti” è facile.
Molto più difficile è chiedersi: come può un ragazzo di appena tredici anni arrivare a questo punto?
Prima della violenza, spesso, ci sono segnali: rabbia, isolamento, minacce, aggressività, incapacità di gestire una frustrazione, un rimprovero, un no.
Segnali che gli adulti — scuola, famiglie, servizi — devono essere messi nelle condizioni di riconoscere e affrontare.
Ed è per questo che durante il mio mandato da consigliera regionale ho considerato fondamentale il lavoro sul Servizio di Psicologia Scolastica istituito in Campania.
Non uno psicologo chiamato quando ormai è successo qualcosa.
Uno psicologo presente prima.
Prima che il disagio diventi rabbia.
Prima che la rabbia diventi violenza.
Prima che un ragazzo di tredici anni diventi una notizia di cronaca.
Ma in questa storia ci sono due tredicenni che hanno tentato di commettere un atto gravissimo, e un terzo tredicenne che invece si è comportato da eroe.
È un ragazzo originario del Congo, vive in una casa famiglia e, mentre la sua insegnante veniva aggredita, non ci ha pensato due volte.
È intervenuto, ha affrontato il compagno armato e lo ha disarmato, impedendogli di continuare.
E c’è un particolare che rende tutto questo ancora più significativo.
Quell’insegnante aveva espresso pubblicamente posizioni favorevoli alla remigrazione, posizioni che ha confermato anche dopo l’aggressione.
Quel ragazzo, però, non si è chiesto quali fossero le idee della persona che aveva davanti.
Non si è chiesto quanto quelle idee riguardassero un tema che tocca direttamente persone che, come lui, sono arrivate in Italia da un altro Paese.
Ha visto la sua insegnante in pericolo e l’ha difesa.
Punto.
Forse è questa una delle lezioni più forti che arriva da questa storia.
Mentre noi adulti discutiamo, dividiamo, costruiamo categorie, appartenenze e contrapposizioni, un ragazzo di tredici anni ha semplicemente riconosciuto una persona che aveva bisogno di aiuto.
E ha agito.
Ha tredici anni.
Vive in una casa famiglia.
E in quei pochi secondi ha mostrato lucidità, coraggio e senso di responsabilità.
Siamo abituati a parlare delle case famiglia quasi soltanto quando qualcosa non funziona.
Quando emerge uno scandalo.
Quando c’è un problema.
Quando bisogna puntare il dito contro qualcuno.
Forse dovremmo avere anche l’onestà di raccontare ciò che funziona.
Un singolo episodio non può dirci tutto del percorso educativo di un ragazzo e non autorizza conclusioni semplicistiche.
Ma ci ricorda quanto possano contare regole, presenza, competenze e punti di riferimento.
Non è l’etichetta sulla porta a crescere bene un ragazzo.
Sono le persone che trova dietro quella porta.
Resta, naturalmente, un’aggressione gravissima.
Un’insegnante deve poter entrare in una classe senza avere paura. Deve poter fare il proprio lavoro senza essere minacciata, insultata o aggredita.
Su questo non possono esserci ambiguità.
Spero anche i ragazzi che ha aggredito possano essere seguiti, recuperati e rieducati.
Perché ha tredici anni.
E a tredici anni una società seria non dovrebbe mai accontentarsi di dire: “Ormai è perso”.
Educare significa anche questo: intervenire prima che sia troppo tardi e continuare a farlo anche quando qualcosa di grave è già accaduto.
Ma oggi vorrei che ricordassimo soprattutto l’altro tredicenne.
Quello che, nella stessa aula, mentre qualcuno sceglieva la violenza, ha scelto di fermarla.
Senza chiedersi da che parte stesse la persona che stava salvando.
Semplicemente perché era la cosa giusta da fare.