La scelta di Antonio Decaro di schierare la Regione Puglia al fianco delle associazioni che contestano il maxi resort previsto sulla costa di Ostuni è molto più di una posizione su un singolo progetto.
È una precisa idea di politica.
Conosco Antonio De Caro da molti anni. Ho avuto modo di apprezzarne il lavoro quando ero assessora al Welfare del Comune di Napoli e lui era presidente dell’ANCI.
Per questo la sua scelta non mi sorprende.
Rappresentare un territorio significa anche avere il coraggio di difenderlo quando si ritiene che una decisione lo danneggi.
La stessa idea l’ho ritrovata in Sardegna, dove Alessandra Todde si è opposta al progetto turistico di Cala Finanza, e in Campania, dove Roberto Fico ha detto con chiarezza no al CPR che il Governo vuole realizzare a Castel Volturno, sostenendo che quel territorio abbia bisogno di rigenerazione, lavoro, servizi e integrazione, non dell’ennesimo luogo di detenzione.
Tre territori. Tre questioni diverse. La stessa idea di politica.
Ascoltare le comunità prima di decidere.
Considerare i cittadini interlocutori e non ostacoli.
Dare rappresentanza al dissenso nelle istituzioni, invece di lasciarlo soltanto nelle piazze.
È una lezione che dovremmo ricordare pensando ai grandi conflitti che hanno attraversato questo Paese, dalla Val di Susa fino al Ponte sullo Stretto.
E sul Ponte sullo Stretto continuo a chiedermi come si possa non essere contrari a un’opera di questo tipo.
È un’opera costosissima, prevista in una delle aree a più elevata pericolosità sismica del nostro Paese, mentre Sicilia e Calabria continuano ad avere bisogno di ferrovie moderne, trasporto pubblico, sanità, scuole, messa in sicurezza del territorio e lavoro.
Davvero questa dovrebbe essere la priorità del Mezzogiorno?
Essere contrari non significa essere contro lo sviluppo.
Significa chiedere: quale sviluppo, per chi e a quale prezzo?
Ed è qui che nasce il paradosso.
Possibile che siano le Regioni a dover difendere ambiente, territorio e comunità proprio dalle scelte del Governo nazionale?
Perché dovrebbe essere il Governo della Repubblica il primo custode dell’interesse pubblico.
E invece troppo spesso sembra prevalere un’altra logica: quella dei grandi investimenti da facilitare, dei vincoli ambientali da indebolire, degli interessi organizzati da accontentare.
Lo vediamo anche con la riforma della caccia.
Da tempo mi batto contro un provvedimento che amplia gli spazi dell’attività venatoria nonostante le pesanti obiezioni del mondo scientifico e ambientalista.
Quando perfino la scienza ci dice che una scelta mette a rischio biodiversità ed ecosistemi e la politica tira dritto, la domanda è semplice:
Chi stiamo rappresentando?
E poi c’è la Palestina.
Su questo non ho mai usato e non inizierò oggi a usare mezze parole.
Nel progetto di Ostuni è coinvolto anche un importante gruppo immobiliare israeliano.
È un’impresa privata, non lo Stato di Israele. È giusto distinguerli.
Ma mentre il governo israeliano continua il genocidio in corso a Gaza, non possiamo fingere che economia e diritti umani siano mondi separati.
Le scelte economiche sono anche scelte politiche.
Vorrei che la stessa determinazione con cui si tutelano grandi interessi economici fosse impiegata per affrontare la vera emergenza italiana:
i nostri giovani.
Li formiamo con i sacrifici delle famiglie e con le risorse pubbliche.
Poi li guardiamo partire perché altrove trovano opportunità che qui non esistono.
Mentre discutiamo di miliardi per un Ponte, migliaia di ragazzi siciliani e calabresi continuano ad attraversare quello Stretto con una valigia.
Io vorrei che la grande opera del Mezzogiorno fossero loro.
Vorrei un Paese che investa in scuola, università, ricerca, lavoro, innovazione, welfare e transizione ecologica.
Un Paese che faccia crescere la propria classe dirigente invece di esportarla.
Perché difendere una costa, la biodiversità, i diritti dei migranti, il popolo palestinese e il futuro dei nostri giovani non sono battaglie diverse.
Sono la stessa battaglia.
Quella che mette l’interesse collettivo davanti agli interessi delle lobby.
La politica esiste per rappresentare le persone, non il potere.
Per questo considero importanti le scelte di Decaro, Todde e Fico.
Non perché riguardino le stesse questioni, ma perché partono dalla stessa convinzione: le istituzioni devono stare dalla parte delle persone e dei territori, non degli interessi più forti.
È da qui che dobbiamo ripartire.