Ma c’è un’altra immagine che resterà impressa.
Borja Iglesias arriva davanti a Donald Trump, gli stringe la mano per il tempo strettamente necessario e guarda da un’altra parte. Aveva già detto che avrebbe voluto dimenticare quel momento il più in fretta possibile. E così è stato.
Un gesto piccolo. Silenzioso. Ma capace di dire molto.
In un tempo in cui sembra che tutto abbia un prezzo e che lo sport debba piegarsi al potere, c’è ancora chi ricorda che la dignità non si lascia negli spogliatoi.
La Spagna, in questi mesi, è stata anche uno dei pochi Paesi europei ad assumere posizioni coraggiose sui diritti umani, sulla guerra a Gaza e sul rispetto del diritto internazionale. E alcuni dei suoi calciatori, Borja Iglesias in testa, non hanno mai nascosto il loro impegno contro l’omofobia, contro ogni forma di discriminazione e contro la violenza.
Per questo la loro vittoria assume un significato che va oltre il calcio.
Perché continuare a ripetere che sport, arte e cultura debbano restare “fuori dalla politica” è una delle più grandi ipocrisie del nostro tempo.
Lo sport parla di uguaglianza.
L’arte parla di libertà.
La cultura parla di coscienza.
Sono tutte espressioni dell’essere umano. E un essere umano non può essere neutrale davanti alla violazione dei diritti, alle discriminazioni, alle guerre, ai genocidi.
La neutralità, troppo spesso, non è equilibrio. È la scelta di non assumersi la responsabilità di prendere posizione.
E la storia ci insegna che il silenzio, quasi mai, protegge le vittime. Molto più spesso protegge chi detiene il potere.
Ed allora il gesto di Borja Iglesias vale più di una stretta di mano. Ci ricorda che si può vincere senza rinunciare alla propria coscienza. E che lo sport, quando incontra il coraggio, diventa qualcosa di molto più grande di una coppa.