Il 24 giugno 2014 moriva Fortuna Loffredo, “Chicca”, una bambina di appena sei anni.
Ricordo bene quei giorni. Ero assessora al Welfare del Comune di Napoli da poco più di un anno e da tempo mi occupavo di minori, adolescenti, famiglie fragili, vittime di maltrattamenti e abusi.
Conoscevo bene le ferite delle nostre periferie e sapevo che dietro ogni tragedia non c’è mai soltanto una responsabilità individuale.
C’è un contesto.
La storia di Fortuna non racconta soltanto un delitto atroce.
Racconta una bambina che avrebbe dovuto essere protetta e che invece è stata lasciata sola.
Racconta una comunità schiacciata dalla paura, dal silenzio e dalla mancanza di opportunità.
Racconta istituzioni che per troppo tempo non hanno visto, non hanno ascoltato, non sono intervenute.
Per anni il Parco Verde di Caivano è stato il simbolo di tutto ciò che non ha funzionato.
E per intervenire davvero sono serviti anni.
Troppi.
Per arrivare al cosiddetto “modello Caivano”, peraltro inefficace, è stato necessario aspettare che il degrado sociale, educativo e criminale raggiungesse livelli non più ignorabili.
Ma quando lo Stato arriva soltanto dopo una tragedia, non sta celebrando un successo.
Sta certificando un fallimento.
Perché le periferie non vengono abbandonate in un giorno.
Vengono abbandonate un servizio alla volta.
Un educatore alla volta.
Un progetto alla volta.
Per questo faccio fatica ad accettare chi racconta l’abbandono come una conseguenza inevitabile della mancanza di risorse.
Nei quasi sette anni in cui ho avuto l’onore di guidare l’assessorato al Welfare del Comune di Napoli, le risorse erano poche. Molto poche.
Spesso abbiamo dovuto inventare soluzioni, cercare fondi ovunque, costruire reti e collaborazioni pur di non lasciare sole le persone più fragili.
Eppure abbiamo realizzato servizi, percorsi educativi e strumenti di sostegno che, in buona parte, esistono ancora oggi.
Perché quando c’è una visione politica e c’è la volontà di investire sulle persone, qualcosa cambia davvero.
Negli anni successivi, da consigliera regionale, ho approfondito l’utilizzo dei fondi destinati alle politiche sociali.
E ho scoperto una realtà che considero inaccettabile: in molti territori fragili esistono risorse per i minori, per le famiglie in difficoltà, per la prevenzione del disagio e della povertà educativa che non vengono utilizzate pienamente.
Risorse che esistono.
Ma che troppo spesso non arrivano dove servono.
E allora la domanda è inevitabile:
come possiamo continuare a indignarci dopo ogni tragedia se non siamo capaci di utilizzare fino in fondo gli strumenti che già abbiamo per prevenirla?
Perché la verità è che l’abbandono non è una fatalità.
È una scelta.
Ogni servizio che non viene attivato.
Ogni progetto che non parte.
Ogni fondo che resta inutilizzato.
Ogni educatore che manca.
Ogni presidio sociale che viene indebolito.
Sono occasioni sottratte a bambini e ragazzi che avrebbero diritto a un futuro diverso.
E se qualcuno pensa che questa sia una storia del passato, basta guardare ciò che accade ancora oggi nelle nostre periferie.
Dodici anni dopo Fortuna continuiamo a vedere adolescenti trasformati in soldati delle faide.
Continuiamo a vedere quartieri in cui la paura condiziona la vita quotidiana.
Continuiamo a vedere cittadini che spesso non denunciano più perché hanno smesso di credere che qualcuno possa proteggerli.
Sono storie diverse.
Ma raccontano la stessa ferita.
Quando lo Stato arretra, qualcun altro occupa quel vuoto.
La camorra.
La violenza.
La legge del più forte.
E mentre tutto questo accade, una parte della politica continua a costruire consenso sulla paura.
La paura dello straniero.
La paura del diverso.
La paura trasformata in propaganda.
Si indicano nuovi nemici, si alimentano divisioni, si investe in strumenti di morte, si rincorrono logiche securitarie, mentre troppo spesso si dimentica che la prima sicurezza è quella che nasce dai diritti.
Dalla scuola.
Dalla cultura.
Dai servizi sociali.
Dalla presenza delle istituzioni.
Dalle opportunità offerte ai bambini e agli adolescenti.
Il contrario della sicurezza non è l’insicurezza.
È l’abbandono.
Fortuna aveva sei anni.
Ricordarla oggi non significa soltanto commemorare una vittima innocente.
Significa scegliere da che parte stare.
Dalla parte dei bambini.
Delle periferie.
Di chi continua a credere che la giustizia sociale sia la prima e più importante forma di sicurezza.
Perché quando una bambina resta sola, non fallisce soltanto una famiglia o una comunità.
Fallisce lo Stato.