A Napoli si può educare alla pace. Oppure si può lasciare che a educare siano la violenza, la solitudine, l’abbandono e la strada.
Alla presentazione del libro “Bambini a Napoli tra violenza e futuro. Storia di Gigi e voci dalle Scuole della Pace” ho ritrovato una parte importante della storia della nostra città: dolorosa, ma piena di umanità, volontariato e ostinazione educativa.
Conosco da tantissimi anni la Comunità di Sant’Egidio e spesso abbiamo percorso la stessa strada fianco a fianco, nei quartieri, accanto ai bambini, alle famiglie, alle fragilità più profonde.Per questo la storia di Gigi Cangiano non è solo memoria. È una domanda ancora aperta rivolta a tutti noi.
Napoli non è ancora una città per bambini e adolescenti.E oggi la violenza non riguarda più soltanto i contesti più fragili: si allarga, cambia forma, attraversa anche realtà che sembravano protette.
La risposta non può essere soltanto anticipare l’età delle pene.Serve costruire un sistema educativo e territoriale stabile e diffuso.
Più educativa di strada.Più sport.Più luoghi liberi ma protetti.Più arte, cultura e bellezza condivisa.Più sostegno alle realtà che ogni giorno lavorano nei territori.
Durante la presentazione, una domanda rivolta ai relatori mi ha colpita molto: quale impegno dobbiamo assumerci verso i bambini della nostra città?
La mia risposta sarebbe questa: moltiplicare luoghi, opportunità e presenze educative, per permettere a ogni bambino di vivere la propria infanzia e adolescenza in modo libero e sicuro.
E cosa possiamo fare per i ragazzi?Stare. Ascoltarli. Condividere esperienze, fiducia, bellezza.
Forse il gesto educativo più rivoluzionario è proprio questo: credere in loro, qualche volta più di quanto riescano a fare loro stessi.
Esperienze come le Scuole della Pace della Comunità di Sant’Egidio ci dimostrano che tutto questo non solo è possibile, ma esiste già.
Bisogna avere il coraggio di renderlo sistema.Stabile. Diffuso. Permanente.