Quello che è successo nelle ultime settimane non può più essere solo “cronaca nera”.
A La Spezia un ragazzo è stato accoltellato in classe ed è morto poche ore dopo l’aggressione di un suo coetaneo.
A Palermo un giovane di 21 anni è stato ucciso mentre cercava di fermare una rissa tra ragazzi.
A Milano gruppi di coetanei hanno picchiato, rapinato e accoltellato un ragazzo di 22 anni, che ora rischia di restare invalido.
Nel Rione Sanità a Napoli giovani si sono sparati tra loro, tra urla, paura e sangue.
E continuano gli allarmi per gli episodi di baby gang che accoltellano per pochi euro o per una giacca.
Questa non è casualità. È un fenomeno che le statistiche confermano e fotografano per quello che è diventato:
Gli omicidi commessi da minorenni in Italia sono più che raddoppiati nell’ultimo anno.
Circa un giovane su due dichiara di aver subito almeno un episodio di violenza da coetanei.
In molte città gruppi di adolescenti armati di coltelli e persino pistole non sono casi isolati, ma realtà di strada.
Queste cifre non sono numeri: sono volti, padri, madri, fratelli e sorelle.
Sono famiglie spezzate, scuole segnate, quartieri in ansia.
Sono giovani che vivono il proprio disagio con rabbia, senza reti di sostegno, senza prospettive.
Non bastano i lutti per cambiare rotta.
Non bastano le sirene.
Non bastano le condanne.
Serve un patto sociale serio per:
- prevenire il disagio prima che esploda;
- educare alla non violenza e alla responsabilità;
- sostenere le famiglie in difficoltà;
- creare opportunità reali di formazione e lavoro per i nostri ragazzi;
- rafforzare la presenza educativa nelle scuole e nei territori.
Questo non è un tema di parte: è una responsabilità collettiva.
Perché quando un ragazzo muore per mano di un altro ragazzo, perdiamo tutti noi.
È tempo di agire con determinazione.
È tempo di restituire ai nostri giovani un futuro di speranza, non di paura.