Un’altra vita spezzata. Un altro episodio di follia collettiva, che non ha nulla a che fare con lo sport.
Un autista, un uomo che stava semplicemente facendo il suo lavoro, è morto mentre accompagnava dei tifosi, vittima di un agguato violento da parte di altri tifosi.
Ma la verità è che questa non è solo una tragedia legata alle tifoserie: è lo specchio di una società che troppo spesso sceglie la via dell’odio, della rabbia, della contrapposizione. Sempre “gli uni contro gli altri”. Sempre pronti a gridare più forte, a cercare un nemico, a trasformare ogni differenza in uno scontro.
E intanto ci dimentichiamo che dall’altra parte ci sono persone. Con una vita, una famiglia, un lavoro, dei sogni.
Ci dimentichiamo che ogni gesto di violenza non è mai un episodio isolato, ma un seme che continua a far crescere rancore e paura.
La violenza sta ormai infiltrandosi nella nostra vita ovunque, e non solo nei gesti ma nelle parole, nei dialoghi, nei toni che usiamo ogni giorno.
E perfino le istituzioni e la politica, che dovrebbero essere da esempio, sono le prime ad utilizzare linguaggi violenti che alimentano odio e tensioni.
Io invece ho sempre creduto che proprio la politica — come ogni forma di impegno civile — debba scegliere parole che costruiscono, non che dividono. Parole che servano a unire e non ad alimentare contrapposizioni.
Per questo, anche oggi, sento il bisogno di affidarmi a quelle parole e non al rumore, al confronto e non allo scontro, ma dire con fermezza che è davvero giunto il momento di fermarci e cambiare direzione.
Fermiamoci prima che sia troppo tardi, prima che l’odio diventi l’unico linguaggio che sappiamo utilizzare.
Fermiamoci per costruire spazi e relazioni che curano invece di ferire.
Perché se non lo facciamo adesso, quando lo faremo?
E quante altre vite dovranno spezzarsi prima di capire che l’unica vittoria possibile è quella dell’umanità?