Oggi ricordiamo l’orrore che travolse milioni di donne, uomini e bambini: ebrei, rom e sinti, persone omosessuali, dissidenti politici, persone con disabilità.
Ricordiamo la Shoah e il Porrajmos, cioè la trasformazione dell’odio in legge, dell’indifferenza in complicità, dell’essere umano in scarto.
La memoria non è un rito e non è un museo: è un presidio etico e civile.
Dire “mai più” non significa guardare solo al passato, ma chiedersi se oggi stiamo davvero impedendo che la violenza, la disumanizzazione e la negazione dei diritti fondamentali si ripetano — con altri nomi, in altri luoghi, contro altri popoli.
Per questo, non possiamo voltare lo sguardo davanti alle sofferenze considerate “inevitabili” o “collaterali”:
ai civili palestinesi uccisi dai bombardamenti, dalla fame, dal freddo e dalle malattie, dopo essere stati costretti a lasciare le proprie case e la propria terra;
ai conflitti e agli stermini più silenziosi che insanguinano altre parti del mondo;
al ritorno di narrazioni che degradano chi è diverso, povero, migrante, fino a renderlo meno umano agli occhi degli altri.
La memoria serve a prevenire gli orrori, non solo a commemorarli.
Difendere l’umano — sempre, ovunque — è l’unico modo per non tradire la lezione della Storia.