Confesso che questa non è una storia che riesce solo a intenerirmi. Mi lascia soprattutto una profonda amarezza. Perché, ancora una volta, racconta più di noi che di chi stiamo guardando.
C’è un piccolo macaco in uno zoo giapponese che sta facendo il giro del mondo. Si chiama Punch.
È stato rifiutato dalla madre, cresciuto con il biberon dagli esseri umani e oggi dorme aggrappato a un peluche che usa come surrogato di un abbraccio che non ha mai avuto.
Le immagini hanno commosso tutti. File allo zoo. Hashtag. Cuori.
Ed è giusto provare tenerezza. Perché quel bisogno di protezione parla una lingua universale.
Ma questa storia, in realtà, riguarda noi.
Perché riusciamo a emozionarci così tanto per lui e restiamo quasi anestetizzati davanti alla violenza quotidiana esercitata sugli animali, al bullismo, alla violenza psicologica, alle guerre che continuano a uccidere migliaia di bambini? Lì scorriamo. Qui ci fermiamo.
Non è empatia: è empatia selettiva. Quella che non ci chiede di cambiare nulla.
E poi c’è un punto che non possiamo ignorare: Punch vive in uno zoo.
La sua solitudine, le difficoltà nel branco, l’attaccarsi a un peluche non sono una favola da condividere. Sono la fotografia di una condizione artificiale costruita dall’uomo che diventa contenuto, attrazione, spettacolo.
Una sofferenza che genera visite, numeri, visibilità. Ancora una volta il dolore — animale o umano — trasformato in qualcosa da consumare.
È qui che si misura la nostra coerenza.
L’ipocrisia collettiva non sta nell’emozionarsi per Punch. Sta nel farlo senza mettere in discussione tutto il resto. Nel commuoversi a comando e restare in silenzio quando l’ingiustizia non è “social”.
Una comunità è civile quando mostra la stessa responsabilità davanti a ogni fragilità. Perché l’empatia o è universale o non è.
P.S. Decenni fa un esperimento scientifico lo aveva già dimostrato: dei cuccioli di scimmia, separati dalle madri, preferivano una figura di stoffa che offriva calore a una di ferro che dava il latte. Non cercavano cibo. Cercavano un abbraccio.
Lo sappiamo da oltre mezzo secolo che l’attaccamento è un bisogno essenziale per ogni essere vivente.
La scienza ce lo ha spiegato. Punch ce lo sta mostrando.
Sta a noi decidere se limitarci a commuoverci per qualche secondo o cambiare davvero lo sguardo.