lo scorso 30 marzo il parlamento israeliano ha approvato una norma che introduce la pena di morte come punizione predefinita per i palestinesi accusati di terrorismo.
Nel caso degli abitanti palestinesi della Cisgiordania occupata, a giudicarli saranno esclusivamente tribunali militari israeliani.
La pena non prevede appello e verrà eseguita, per impiccagione, entro novanta giorni.
L’approvazione di questo emendamento è stata accolta con festeggiamenti e applausi. Alcuni parlamentari indossavano una spilla che richiamava il cappio. È stato persino stappato lo champagne per celebrare quel momento.
E io non riesco a smettere di pensare a quella scena. Alla leggerezza con cui si festeggia l’orrore dell’omicidio legalizzato.
Alla normalizzazione con cui lo Stato che si considera il più democratico del Medio Oriente introduce la pena di morte solo per i palestinesi.
È da qui che comincia la mia riflessione.
Non da una teoria. Non da un’ideologia. Ma da un fatto concreto, grave, che segna un punto di non ritorno.
Perché la pena di morte non è solo una sanzione. È una scelta politica e morale. È la decisione di uno Stato di attribuirsi il diritto di togliere la vita.
Ed è una scelta che il mondo civile, dopo le tragedie del Novecento, aveva progressivamente abbandonato.
Pensando agli anni bui dell’umanità, la memoria corre al Medioevo, all’Inquisizione, alle colonizzazioni, alla schiavitù, alle grandi guerre, ai genocidi che hanno segnato il Novecento.
Ogni volta abbiamo detto: mai più.
Mai più la disumanizzazione.
Mai più lo sterminio di un popolo. Mai più la negazione dei diritti fondamentali.
Eppure la storia non è una linea retta. È fatta anche di arretramenti, di regressioni, di momenti in cui la civiltà sembra smarrire la propria coscienza.
Quello che sta accadendo oggi a Gaza è sotto gli occhi di tutti. Uno Stato che si definisce democratico sta distruggendo un intero popolo, già vessato e privato di diritti fondamentali fin dalla nascita dello Stato di Israele.
Prima i bombardamenti, poi l’assedio. La distruzione delle case, degli ospedali, delle scuole. La fame usata come arma di guerra, la sete, le malattie, gli omicidi, le persecuzioni e altri atti inumani. La chiusura di persone inermi — tra cui migliaia di bambini — tra il deserto e il mare, senza vie di fuga e senza aiuti sufficienti.
Molti osservatori internazionali parlano apertamente di genocidio. Il capo del governo israeliano è accusato di crimini di guerra e contro l’umanità davanti alla Corte penale internazionale.
Ed ora anche la pena di morte. Per impiccagione. Da eseguire entro 90 giorni. Senza diritto d’appello. nella pratica solo per i palestinesi. Devo ripeterlo per credere che sia vero.
Eppure la cosa più sconvolgente è che tutto questo avviene con la complicità politica e militare degli Stati Uniti e con il silenzio — o l’ambiguità — della maggior parte dei Paesi occidentali.
E ciò che mi colpisce, ancora una volta, è il silenzio.
Silenzio mentre nuovi conflitti si accendono in Medio Oriente. Silenzio mentre popoli interi vengono trascinati dentro guerre che non hanno scelto.
Silenzio anche su tragedie e violenze che emergono solo in parte, come nel caso Epstein. Non un fatto isolato. Non una deviazione individuale. Ma un sistema che per anni ha protetto, coperto, taciuto.
Perché quando emergono nomi potenti, quando affiorano responsabilità che toccano élite politiche, economiche, istituzionali, improvvisamente tutto rallenta. Le verità si diluiscono. Le indagini si perdono. L’indignazione si affievolisce.
E allora il problema non è solo ciò che è accaduto. Il problema è chi sapeva. Chi ha visto. Chi ha scelto di non parlare. Io questi fatti li collego. Li collego perché riguardano il potere. Perché riguardano persone che avrebbero dovuto proteggere, e invece sono state protette. Perché mostrano quanto possa diventare fragile la giustizia quando si avvicina troppo ai vertici.
Non sono vicende lontane tra loro. Sono tessere dello stesso mosaico.
Un mondo in cui la vita degli ultimi vale meno.
Un mondo in cui i diritti possono essere sospesi.
Un mondo in cui chi ha forza, denaro o influenza riesce troppo spesso a sottrarsi alle conseguenze.
Ed è questo che mi fa più paura.
Non solo l’orrore dei fatti. Ma la sensazione che esistano persone abbastanza potenti da farlo accadere — e abbastanza potenti da farlo dimenticare.
È così che l’impensabile smette di essere un’eccezione e diventa una possibilità concreta.
Per questo oggi non basta osservare. Non basta indignarsi in privato.
Serve il coraggio di dire le parole giuste, anche quando sono scomode.
Serve la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte.
Serve la forza di difendere i diritti umani sempre, ovunque, per chiunque.
Perché i diritti umani non possono essere selettivi. Non possono valere solo per alcuni. E non possono essere sospesi in nome della sicurezza o della geopolitica.
La dignità delle persone viene prima di tutto. Sempre.