Quando il Presidente del Senato arriva a dare del “coxxxone” a un senatore durante il suo intervento, non siamo davanti a una semplice caduta di stile.
Siamo davanti al livello a cui è precipitato il confronto politico nel nostro Paese. Parliamo della seconda carica dello Stato, non di una lite al bar.
Le istituzioni dovrebbero rappresentare equilibrio, rispetto, autorevolezza. Quando invece il linguaggio diventa volgare e offensivo, non viene offeso solo un collega: viene offesa l’istituzione stessa. E poi c’è il tema del doppio standard.
Ricordo bene quando il Presidente della Regione Campania, dopo aver atteso per ore sotto il sole insieme a centinaia di sindaci e amministratori per incontrare la Presidente del Consiglio – c’ero anch’io in qualità di consigliera regionale – in una conversazione privata usò un insulto nei suoi confronti.
Fu immediatamente messo alla gogna. Oggi invece parole pronunciate nel pieno di una seduta parlamentare sembrano quasi passare come un dettaglio.
Il problema non è difendere qualcuno o attaccare qualcun altro. Il problema è il degrado del linguaggio istituzionale.
Perché se chi occupa le più alte cariche dello Stato si permette questo livello di volgarità e arroganza, poi non possiamo stupirci se i cittadini perdono fiducia nella politica.
Le istituzioni dovrebbero rappresentare il meglio del Paese: rispetto, equilibrio, senso delle responsabilità.
Se invece diventano il luogo dell’insulto e della tracotanza, allora il danno è molto più grande di una parola fuori posto.
È il segno dell’abisso politico e culturale in cui stiamo scivolando.
Ed è proprio per questo che oggi c’è bisogno, più che mai, di una politica capace di dare l’esempio.
A partire dal linguaggio e dai comportamenti. Perché la credibilità delle istituzioni si difende ogni giorno. Nei fatti, ma anche nelle parole.