Nessuno può essere felice quando muore una persona. Ma la morte non cancella la verità.
È morto Umberto Bossi. E oggi, come sempre accade, qualcuno proverà a trasformare un uomo in un santino. Io no.
Perché la storia non si riscrive con il lutto.
Bossi è stato il fondatore della Lega Nord, il teorico di un’Italia divisa, costruita sull’idea che esistessero cittadini di serie A e cittadini di serie B. Ha alimentato per anni un linguaggio violento, offensivo, discriminatorio. Ha trasformato la politica in contrapposizione permanente.
E poi c’è l’altra parte della sua storia. Quella giudiziaria.
Bossi è stato condannato in via definitiva per finanziamento illecito nel processo Enimont (8 mesi di reclusione).
È stato condannato per diffamazione nei confronti di un magistrato (5 mesi).
È stato condannato per istigazione a delinquere, per aver incitato alla violenza contro avversari politici (1 anno).
È stato condannato per vilipendio al Presidente della Repubblica, dopo aver insultato Giorgio Napolitano (pena confermata in Cassazione).
È stato condannato per appropriazione indebita, per aver utilizzato soldi pubblici della Lega per spese personali (2 anni e 3 mesi).
È stato inoltre condannato per truffa ai danni dello Stato nel filone sui rimborsi elettorali (oltre 2 anni), con una vicenda che ha portato alla confisca di decine di milioni di euro al partito.
E no, non è accanimento. È storia.
E poi l’alleanza con Silvio Berlusconi.
Quella che ha portato tutto questo dentro il governo del Paese.
Quella che ha normalizzato un certo modo di fare politica, un certo linguaggio, un certo rapporto con il potere.
Per questo oggi il punto non è mancare di rispetto a un uomo che non c’è più.
Il punto è non mancare di rispetto alla verità.
Perché il rispetto umano non può diventare amnesia politica.
Un Paese serio non cancella. Ricorda. E distingue.