In questi anni sull’immigrazione si è scelto quasi sempre di inseguire la paura, invece di governare la realtà.
Quando ero assessore al Welfare, con delega all’immigrazione, a Napoli lavorammo a un piano preciso: trasformare l’accoglienza emergenziale in accoglienza diffusa, superare la concentrazione dei posti, evitare che tutto ricadesse su pochi quartieri già fragili, costruire percorsi veri di inclusione e responsabilità condivisa.
Ricordo gli sbarchi, l’accoglienza in città, il lavoro quotidiano con gli operatori, le difficoltà enormi ma anche la consapevolezza che un fenomeno complesso non si affronta con slogan, ruspe, manifestazioni muscolari o propaganda.
Poi sono arrivati i CAS, lo SPRAR depotenziato, l’accordo con la Libia: per me l’inizio della fine di una politica migratoria degna di questo nome.
A Napoli abbiamo visto cosa significa scaricare i problemi sui territori: alberghi intorno alla stazione, Vasto, Porta Capuana, persone lasciate in sospeso, comunità locali abbandonate, amministrazioni costrette a gestire conseguenze prodotte altrove.
È l’illusione di risolvere un problema complesso in modo superficiale e semplicistico.
Ma così non si risolve nulla. Si crea danno, non valore.
E oggi si ripropone lo stesso schema con il CPR a Castel Volturno.
Un territorio già fragile, segnato da problemi sociali, economici e ambientali, viene individuato ancora una volta come luogo dove concentrare un problema, invece di costruire una strategia.
Il CPR viene presentato come una soluzione, ma in realtà rischia di diventare l’ennesima risposta emergenziale: una struttura chiusa, costosa, con forti criticità sul piano dei diritti, della sicurezza e della gestione, che non risolve il fenomeno migratorio e non aiuta i territori.
Si continua a pensare che basti spostare le persone, chiuderle in un luogo, allontanarle dallo sguardo pubblico per dire di aver affrontato il problema. Non è così.
Un territorio come Castel Volturno avrebbe bisogno di investimenti, servizi, lavoro, scuola, integrazione e legalità.
Non di un simbolo politico costruito per dimostrare fermezza.
Oggi si continua sulla stessa strada: propaganda sull’Albania, decreti, annunci, ricerca continua di un nemico. Si crea il problema per dimostrare di avere ragione, poi non si fa nulla di concreto e si scarica la responsabilità su altri.
Questa non è fermezza.
È incompetenza, quando non è malafede. Non si può continuare ad avere nei posti strategici solo figure politiche senza competenze.
Serve una classe dirigente capace di affrontare la complessità, di costruire politiche serie e di assumersi responsabilità. Governare fenomeni complessi richiede preparazione, esperienza, conoscenza dei territori e capacità amministrativa.
Non basta l’appartenenza.
Non basta il consenso.
L’Italia avrebbe bisogno di una legge seria sull’immigrazione.
Una legge capace di valorizzare la presenza delle persone straniere nella scuola, nel lavoro, nei servizi, nei territori che si spopolano.
Una legge che crei condizioni reali per trattenere i giovani, italiani e stranieri, invece di alimentare marginalità, sfruttamento e paura.
In quattro anni — e purtroppo anche prima — i problemi non sono mai stati affrontati in modo strutturale.
Si è preferito agitare l’emergenza, perché l’emergenza conviene a chi vive di propaganda.
Ma governare significa un’altra cosa: vedere la complessità, assumersi responsabilità, costruire soluzioni.
Anche quando non portano applausi facili.