Oggi è Pasquetta.
Una giornata che per molti è stata fatta di tavole apparecchiate, di famiglie riunite, di risate, di qualche ora di serenità condivisa.
Una giornata in cui si vorrebbero leggere parole più gioiose, più spensierate.
Eppure, non riesco a non pensare che solo pochi giorni fa, nel nostro mare si è consumata una tragedia che ha visto morire diciannove persone che cercavano disperatamente di raggiungere l’Europa. Diciannove vite spezzate in mezzo all’acqua, lontano da casa, lontano da chi le aspettava, lontano da ogni certezza.
Non è la prima volta. E sappiamo che, con ogni probabilità, non sarà l’ultima.
E ogni volta sembra che faccia un po’ meno rumore. Che pesi un po’ meno.
Come se quelle vite contassero meno.
Come se tutto questo stesse diventando normale.
Ma normale non lo è.
Non può esserlo.
Non può essere normale morire di freddo e di paura nel Mediterraneo.
Non può essere normale affidare la propria vita a una barca fragile, nella speranza di trovare un futuro.
Non può essere normale che il mare diventi un luogo dove le persone scompaiono nel silenzio.
In un giorno che dovrebbe parlare di rinascita e di vita, queste morti pesano ancora di più.
Perché ci ricordano quanto sia fragile la vita quando si è soli, quando non esistono strade sicure, quando la speranza diventa l’unica cosa a cui aggrapparsi.
Ora che questa Pasquetta volge al termine, sento il bisogno di fermarmi un momento.
Di pensare a quelle diciannove persone, ai loro nomi che forse non conosceremo mai, alle loro famiglie che aspettano una notizia, a chi continua a partire perché non ha altra scelta.
Non possiamo abituarci a queste tragedie.
Non possiamo permettere che diventino routine.
Non possiamo accettare che la morte in mare venga considerata inevitabile.
Perché ogni vita perduta in quel mare riguarda tutti noi.