Il caso di Giusy Bartolozzi, già capo di gabinetto del Ministro della Giustizia ed ex magistrata, è diventato molto più di una vicenda giudiziaria.
È un test sulla tenuta delle istituzioni. Perché qui non si discute di una scelta politica.
Si discute di una regola semplice: davanti ai magistrati si dice la verità. Sempre.
La Procura di Roma ha chiesto per lei il rinvio a giudizio per false informazioni ai pubblici ministeri nell’ambito del caso Al Masri, l’uomo accusato di crimini gravissimi, arrestato in Italia e poi rimandato nel suo Paese in poche ore.
Una vicenda già di per sé inquietante. Che diventa ancora più grave quando emergono sospetti di dichiarazioni non veritiere rese agli inquirenti. Ma c’è un fatto che pesa più degli altri. Mentre i magistrati chiedono di celebrare un processo, la politica prova a intervenire sulle regole del gioco.
Si discute di conflitti di attribuzione, di iniziative istituzionali che possono rallentare o bloccare il percorso verso l’aula di giustizia.
E allora la domanda è inevitabile: perché tanta ostinazione a evitare il processo?
Se tutto è stato corretto, se le procedure sono state rispettate, se non c’è nulla da nascondere, il luogo naturale per chiarire ogni cosa è il tribunale.
Non il Parlamento.
Non un cavillo procedurale.
Non una schermaglia istituzionale.
Il tribunale. In uno Stato di diritto la giustizia non si teme. Si affronta. E soprattutto non si ostacola.
Perché la credibilità delle istituzioni non si difende proteggendo le persone, ma garantendo che la legge valga per tutti.
Senza eccezioni. E forse è proprio qui che si capisce davvero perché questo governo voleva il Sì al referendum. Perché quando la giustizia si avvicina troppo al potere, il problema non diventa la verità. Diventa il controllo.
Controllo delle regole.
Controllo dei tempi.
Controllo dei processi.
E invece la giustizia deve restare libera.
Soprattutto quando fa paura a chi governa.