Il furto di 80 fiale di fentanyl dall’Ospedale Israelitico di Roma è un fatto di una gravità enorme.
Il fentanyl è un potente oppioide sintetico utilizzato in ambito medico per il trattamento del dolore severo, ma è anche una delle sostanze più pericolose al mondo quando finisce nel mercato illecito. Bastano quantità minime per provocare overdose potenzialmente letali e alimentare dipendenze devastanti.
La magistratura farà il suo lavoro e sarà necessario accertare ogni responsabilità.
Ma una domanda è inevitabile.
Come è potuto accadere?
Com’è possibile che una sostanza tanto pericolosa sia stata sottratta da una struttura sanitaria? E che, secondo quanto emerso finora, la cassaforte nella quale era custodita non presentasse segni di effrazione?
È necessario che eventuali superficialità, negligenze, omissioni o condotte dolose vengano accertate e perseguite con il massimo rigore.
Perché la sicurezza non può essere un principio astratto. Deve tradursi in controlli efficaci, tracciabilità, procedure rigorose e sistemi di custodia adeguati, soprattutto quando si tratta di farmaci che, se sottratti ai percorsi sanitari, possono trasformarsi in strumenti di morte.
Ma c’è un’altra domanda che non possiamo ignorare.
Dove sono finite quelle 80 fiale?
Chi le ha sottratte?
Per quale organizzazione?
Per quale mercato?
Secondo le prime stime, da quelle 80 fiale potrebbero essere ricavate fino a circa 20.000 dosi destinate al mercato illecito. Un potenziale devastante per migliaia di persone e un enorme affare economico per la criminalità organizzata.
Ogni sostanza che alimenta il traffico di stupefacenti rafforza le organizzazioni criminali, finanzia reti illegali e produce altra violenza, altra sofferenza e altro degrado sociale.
Per questo il contrasto al narcotraffico deve essere costante e determinato, colpendo non solo gli esecutori materiali, ma anche le reti di complicità, gli interessi economici e le organizzazioni che prosperano sulla disperazione delle persone.
Ma questa vicenda ci ricorda anche un’altra verità.
Quelle fiale non sono state introdotte clandestinamente nel nostro Paese dai narcotrafficanti. Erano già all’interno di una struttura sanitaria, custodite in un luogo che avrebbe dovuto garantire il massimo livello di sicurezza.
Ed è proprio questo a rendere l’accaduto ancora più inquietante.
Se gli elementi emersi saranno confermati dalle indagini, le conseguenze dovranno essere esemplari. Perché episodi come questo minano la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e dimostrano quanto sia fondamentale rafforzare ogni anello della catena di controllo.
Infine, c’è una riflessione che riguarda tutti.
La lotta alle droghe non può limitarsi alla repressione.
Occorrono politiche pubbliche serie di prevenzione, educazione, informazione e presa in carico delle dipendenze. Servono servizi territoriali adeguati, percorsi di cura realmente accessibili e un sostegno concreto alle famiglie.
Perché ogni persona sottratta alla dipendenza è una vittoria per la società.
E ogni grammo di droga sottratto alla criminalità è una vittoria per lo Stato.
La vera domanda non è soltanto chi abbia rubato quelle fiale.
La vera domanda è come sia stato possibile che una sostanza tanto pericolosa uscisse da un luogo che avrebbe dovuto rappresentare il punto più sicuro dell’intera filiera sanitaria.
Perché quando a scomparire non è un bene qualsiasi, ma un farmaco capace di alimentare il mercato della morte, non siamo più davanti a un semplice fatto di cronaca.
Siamo davanti a una falla che lo Stato ha il dovere di comprendere fino in fondo, correggere e fare in modo che non possa mai più ripetersi.