Ieri, nelle parole del nostro Arcivescovo, Don Mimmo Battaglia, e di Papa Leone XIV, c’era molto più di una visita pastorale.
C’era un richiamo profondo. Quasi un richiamo alla coscienza collettiva di questa città.
Don Mimmo ha detto: “Napoli non è una città perfetta, ma una città viva.”
Ed è forse una delle definizioni più vere che si possano dare di Napoli.
Una città viva perché capace ancora di accogliere, di resistere, di creare umanità anche dentro le difficoltà.
Ma anche una città che non può continuare a nascondere le proprie ferite dietro il folklore o le immagini da cartolina.
E ancora più forte è stato il passaggio in cui ha chiesto che Napoli diventi: “sempre più città dell’incontro, dove nessuno sia invisibile.”
Nessuno invisibile.
Non i ragazzi dei quartieri difficili. Non gli anziani soli. Non chi vive la povertà. Non chi lavora senza tutele. Non chi è costretto ad andare via. Non chi resta e continua ogni giorno a difendere questa città con dignità.
E forse proprio per questo dovremmo iniziare anche a raccontarla diversamente.
Perché Napoli non è i suoi stereotipi.
E pur amando profondamente la nostra straordinaria pizza, che resta un orgoglio autentico della nostra cultura popolare, forse ieri si poteva mostrare anche altro.
La meravigliosa arte di strada che colora interi quartieri.
L’artigianato che prova a sopravvivere ogni giorno in mezzo a negozi tutti uguali e senza identità.
La cultura che continua ostinatamente a vivere nei vicoli, nei teatri, nella musica, nelle botteghe.
Quell’arte che, spesso, è proprio ciò che salva questa città dai suoi problemi, dalla rassegnazione, dalla rabbia e dal degrado.
Perché troppo spesso siamo proprio noi, inconsapevolmente, ad alimentare quell’immagine ridotta e folkloristica della città di cui poi ci lamentiamo.
Anche il Papa ha parlato di responsabilità condivisa, della necessità di costruire legami, comunità, reti vere.
Parole che pesano ancora di più in una città che troppo spesso rischia di dividersi tra chi può permettersi di viverla e chi invece viene lentamente espulso.
Perché il turismo può essere una straordinaria opportunità. E Napoli merita di essere amata e visitata dal mondo intero.
Ma il turismo non può diventare un danno
Non può trasformare il centro storico in una scenografia.
Non può consumare l’identità della città.
Non può rendere impossibile per tanti cittadini continuare a vivere nei propri quartieri.
Non può creare una città sempre più bella da fotografare e sempre meno vivibile per chi la abita ogni giorno.
E allora forse il senso più profondo della giornata di ieri era proprio questo:
ricordarci che Napoli non ha bisogno soltanto di celebrazioni.
Ha bisogno di cura. Di giustizia sociale.
Di ascolto. Di servizi. Di politiche vere.
Di una visione capace di tenere insieme bellezza e diritti.
Perché una città è davvero grande solo quando nessuno resta indietro.
E quando la sua bellezza non serve soltanto ad attirare visitatori, ma a garantire una vita più umana e dignitosa ai suoi cittadini.
E forse solo allora saremo davvero orgogliosi fino in fondo non soltanto della bellezza di Napoli, del suo calore, della sua cultura, della sua creatività, della sua solidarietà, della sua straordinaria capacità di accogliere e della sua umanità.
Ma anche della qualità della vita che questa città sarà finalmente capace di garantire a chi la vive ogni giorno.