Stasera, come accade da tanti anni, ho partecipato a “Morire di Speranza” della Comunità di Sant’Egidio.
Una veglia di preghiera e memoria dedicata a chi ha perso la vita lungo le rotte migratorie, nel tentativo di raggiungere un luogo sicuro dove poter vivere con dignità. Un momento che restituisce un nome, un volto e una storia a persone che troppo spesso vengono ricordate soltanto come numeri.
La chiesa era gremita.
Tantissimi giovani. Amici. Compagni di strada con cui, da anni, condividiamo l’idea che nessuna vita umana possa essere dimenticata.
Mentre venivano letti i nomi di chi è morto inseguendo una speranza, ho fatto fatica a trattenere le lacrime.
E, tornando a casa, mi sono fatta una domanda.
Perché mi succede sempre più spesso?
Mi commuovo anche solo pensando ai bambini di Gaza.
Ai migranti torturati nei centri di detenzione o inghiottiti dal mare.
A chi viene umiliato perché povero, diverso o costretto a fuggire.
Mi commuovo quando vedo i nostri territori abbandonati e le persone lasciate sole ad affrontare ostacoli che non dovrebbero nemmeno esistere. Ostacoli che, troppo spesso, sono il frutto di scelte politiche o di colpevoli omissioni delle istituzioni.
Qualche anno fa avrei trattenuto questa emozione.
Oggi non ci riesco più.
Per un po’ ho pensato che fosse un segno di fragilità.
Poi ho capito che forse quella che chiamo fragilità è, semplicemente, umanità.
È quella parte di me che continua a ribellarsi all’idea che il potere appartenga sempre al più forte.
Che la ragione stia dalla parte di chi ha più armi, più denaro, più consenso o semplicemente più voce.
È quella fragilità che mi impedisce di considerare normale un bambino sotto le bombe, una persona che annega nel Mediterraneo o un essere umano trattato come un problema invece che come una vita.
Se questa è fragilità, allora non voglio perderla mai.
Perché è proprio da lì che nasce la mia determinazione.
La determinazione a continuare a stare dalla parte degli ultimi, anche quando è scomodo.
A non abituarmi all’ingiustizia.
A non accettare che la legge del più forte diventi la legge del mondo.
Forse non sono diventata più fragile.
Forse, semplicemente, con il passare degli anni ho smesso di nascondere la mia fragilità.
Perché oggi so che quella fragilità è solo un altro nome dell’umanità.
Ed è proprio quella umanità a darmi la forza di non smettere mai di lottare.