Ieri sera eravamo a casa, e mentre Marco guardava la partita del Napoli con la sua “concentrazione” da tifoso, io avevo voglia di qualcosa di buono.
In realtà è un’eredità della mia mamma, grande mangiatrice di dolci come me
Così ho iniziato a rovistare nei mobili del soggiorno, aprendo sportelli e spostando scatole alla ricerca di… non so nemmeno io cosa.
Ed è proprio lì che l’ho vista.
Una scatola di confetti del nostro matrimonio.
Ancora chiusa, ancora sigillata dopo due anni
L’ho presa tra le mani e, all’improvviso, mi sono ritrovata altrove, in un altro spazio e in un altro momento.
Mi è tornato subito in mente quel giorno di giugno.
La luce che brillava più del solito, la pioggia che aveva fatto capolino per poi lasciare posto al sole, l’attesa, il cuore che correva veloce.
E poi il mio ingresso nella bellissima sala della Loggia, al braccio di mio zio Pasquale.
La sua calma, la sua forza discreta, il passo sicuro e, allo stesso tempo, la sua grande emozione.
Mi ha accompagnata come si accompagnano le cose importanti: con rispetto, con affetto, con una presenza che dice tutto anche senza parlare.
Una dolcezza che non fa rumore, ma che resta, che mi accompagna da quando ero piccola.
Poi il pensiero è andato a loro, a Matteo e Fiorella — i figli di Marco — che quel giorno ci hanno fatto da testimoni.
Una presenza che non era scontata.
Era una scelta.
E proprio per questo ancora più preziosa.
E infine quel momento che non potrò mai dimenticare: quando Matteo ha chiesto di dire due parole.
Non me l’aspettavo. Nessuno se l’aspettava.
Era un regalo improvviso, di quelli che ti sciolgono e ti riempiono il cuore nello stesso istante.
Parole semplici, sincere, pulite.
Parole che non devi interpretare, perché ti arrivano addosso così come sono: vere.
Un dono che resta, che non sbiadisce.
Seduta sul divano, con la scatola di confetti aperta sul tavolino e la telecronaca della partita di sottofondo, ho pensato che i ricordi più belli non hanno bisogno di essere cercati.
Tornano da soli, quando decidono loro.
A volte attraverso un oggetto, altre attraverso un luogo, una voce, un profumo.
E quando tornano, non portano solo nostalgia.
Portano gratitudine.
Per le persone che percorrono con noi il viaggio della vita.
Per i legami che abbiamo costruito e che rappresentano la nostra forza.
Per quegli istanti che rendono la nostra vita più piena, più luminosa, profondamente nostra.
“Goooooooool!”
Ecco… l’urlo di Marco mi riporta sulla terra, perché nel frattempo ha segnato Neres!