Accanto a mia madre,
che convive con l’Alzheimer, ho imparato quanto amore, forza e pazienza ci siano dietro ogni gesto di cura.
So cosa significa vivere la fragilità da vicino: le giornate che si allungano, la burocrazia che rallenta, la fatica che cresce ma non spegne l’amore.
Me ne sono occupata anche professionalmente, per anni, quando dirigevo un ente della Regione Lazio dedicato proprio all’assistenza e al sostegno delle persone con #Alzheimer e delle loro famiglie.
Da allora, so bene quanto sia necessario un sistema che accompagni davvero chi vive la non autosufficienza, e non lo lasci solo.
Ci sono persone che ogni giorno si prendono cura dei propri cari non autosufficienti.
Lo fanno spesso da sole, tra burocrazia, stanchezza e costi insostenibili.
In Italia è in corso la riforma della non autosufficienza, pensata per migliorare la vita delle persone anziane e fragili, semplificando l’accesso ai servizi e potenziando l’assistenza domiciliare.
Un passo atteso da anni, che avrebbe dovuto segnare una svolta di civiltà.
Ma i ritardi si accumulano, le procedure diventano più complesse, le risposte sempre più lontane.
Chi vive la fragilità non può aspettare.
La riforma della non autosufficienza è un’occasione che non possiamo permetterci di sprecare.
Deve diventare il simbolo di un Paese che si prende cura, che mette al centro le persone — non gli incartamenti.
Serve un cambio di passo vero:
– semplificare gli accertamenti
– potenziare l’assistenza domiciliare
– garantire equità nell’accesso alle strutture
– sostenere le famiglie dei pazienti con Alzheimer
Non bastano tavoli e promesse: servono risorse, programmazione e ascolto.
Perché la dignità di chi è fragile non è un tema di bilancio, ma di civiltà.
È anche da quell’esperienza — personale e professionale — che nasce il mio impegno: dare voce a chi troppo spesso resta invisibile.
E continuerò sempre a battermi per un welfare più giusto, umano e vicino alle persone.
Insieme possiamo farlo.