Lo dico senza retorica: ieri sera, al Galà del Sorriso, non ho assistito solo a uno spettacolo.
Ho visto qualcosa che ogni volta riesce a essere diverso, unico, coinvolgente.
E che ogni volta mi emoziona, fino a commuovermi.
La serata è stata organizzata dall’Associazione Progetto Pace .
Una realtà che conosco da quasi 15 anni.
Una realtà che non costruisce “spazi per qualcuno”, ma relazioni vere, percorsi di autonomia, possibilità concrete.
E forse è proprio questo che rende tutto così autentico:
niente è “solo spettacolo”.
Tutto è vita.
La serata si è aperta con loro.
Con i ragazzi e le ragazze di Progetto Pace.
Con le loro parole.
Leggere, ironiche.
Ma anche profonde, vere.
E lì si capisce una cosa che troppo spesso dimentichiamo:
la disabilità non è una mancanza da colmare.
È una delle forme in cui la vita si esprime.
E una società giusta non è quella che “aiuta” dall’alto,
ma quella che rimuove gli ostacoli, riconosce diritti, costruisce condizioni.
Non basta parlare di sensibilità.
Servono scelte. Servono servizi. Serve responsabilità.
Poi il palco si trasforma.
Arriva lei: PriscillaDrag.
Elegante, potente, ironica, bellissima.
Un’artista che ha trasformato la propria identità in uno strumento di consapevolezza collettiva.
Che usa l’arte drag non solo per esibirsi, ma per interrogare, provocare, rompere stereotipi.
Una presenza scenica forte, ma soprattutto un messaggio chiaro:
non esistono diritti di serie A e diritti di serie B.
Accanto a lei, altre performer straordinarie — Zia Tiffany, Sara After Six, Last Queen, Gold Queen — unite da qualcosa che va oltre il palco: fiducia, cura, presenza.
E poi la musica, la voce, l’identità di Vesuviano.
La forza di una terra, la mia terra, che non ha bisogno di raccontarsi: si sente.
Tre linguaggi diversi.
Un unico messaggio.
Le immagini parlano da sole:
bandiere, corpi, parole.
“NO ONE IS FREE UNTIL WE ARE ALL FREE”.
Sudan. Palestina. Congo.
Diritti. Disabilità. Libertà.
Temi che qualcuno vorrebbe separare.
Ma è impossibile farlo.
Perché la libertà o è per tutti, o non è.
E perché non si può scegliere quando esserci.
Non si può essere sensibili su un tema e distratti su un altro.
C’è una parola che dovremmo usare di più: consapevolezza.
Consapevolezza delle differenze.
Consapevolezza delle disuguaglianze.
Consapevolezza che ogni scelta — anche il silenzio — ha un peso e delle conseguenze.
E allora sì, esiste una forma di resistenza.
Silenziosa, ma fortissima.
È quella che non lascia indietro nessuno.
Che riconosce valore nelle differenze.
Che difende la libertà di essere se stessi.
Che ti chiede di prendere posizione.
Sempre.
E forse è proprio questo che resta, tornando a casa:
la consapevolezza che la pace non è neutralità.
È una scelta imprescindibile.