Ci sono tragedie davanti alle quali bisognerebbe avere almeno il pudore del silenzio. E invece no.
A poche ore dal terribile fatto di Modena — con persone ferite, famiglie sconvolte e una comunità sotto shock — Matteo Salvini aveva già trovato il tempo di trasformare il dolore in propaganda, tornando a parlare di “fallimento delle seconde generazioni” e invocando una stretta sui permessi di soggiorno.
Non contento, Edoardo Ziello, deputato oggi passato in Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, ha rincarato la dose arrivando a dichiarare:
“La guerra ormai ce l’abbiamo in casa. Altro che Ucraina.”
Parole gravissime.
Parole pronunciate mentre ancora si cercava di capire cosa fosse realmente accaduto.
Parole pronunciate mentre emergeva che il responsabile del gesto era un cittadino italiano di seconda generazione, con una storia di fragilità e problematiche psichiche già note.
Ma evidentemente, per una certa politica, capire viene dopo.
Molto dopo.
Prima viene il cognome.
L’origine.
Il nemico da costruire.
Perché quando un nome “suona straniero”, per qualcuno il copione è sempre lo stesso:
prima la paura,
poi la generalizzazione,
poi il sospetto,
poi il consenso elettorale.
Ed è un gioco sporco.
Cinico.
Pericoloso.
Perché prova a trasformare il dolore delle persone in carburante politico.
Eppure, dentro questa tragedia, c’è una verità che smonta tutta questa propaganda.
Mentre alcuni seminavano paura e indicavano nemici, persone comuni rischiavano la propria vita per fermare l’aggressore e salvare altri cittadini.
C’era Luca Signorelli, rimasto ferito nel tentativo di bloccarlo.
Ma c’erano anche Osama Shalaby e suo figlio Mohamed, padre e figlio di origine egiziana, ed anche un gruppo di giovani pakistani, intervenuti con un coraggio straordinario per aiutare a disarmare l’investitore armato di coltello.
Persone diverse.
Origini diverse.
Una sola scelta: aiutare.
Mentre qualcuno gridava alla “guerra in casa”, a fermare quella violenza sono stati cittadini italiani e cittadini di origine straniera insieme.
Fianco a fianco.
Dalla stessa parte.
Quella dell’umanità.
Il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ha avuto il coraggio e la dignità di ringraziarli tutti, denunciando anche le vergognose strumentalizzazioni di queste ore.
Ed è stata forse la risposta più bella a chi prova a seminare odio.
Perché gli eroi non hanno passaporto.
Non hanno colore della pelle.
Non hanno etnia.
Hanno solo coraggio.
Fa riflettere, però, che nelle immagini pubbliche e nei messaggi istituzionali di queste ore ci sia stato spazio – giustamente – per riconoscere il coraggio di Luca Signorelli, mentre molto meno spazio pubblico sembra essere stato dedicato a Osama Shalaby, a suo figlio Mohamed e ai giovani pakistani intervenuti, che hanno rischiato la vita allo stesso modo per salvare altre persone.
Anche questo racconta qualcosa.
Del Paese che siamo.
E del Paese che scegliamo di vedere.
E allora viene una domanda.
Dov’erano tutti questi professionisti dell’allarme etnico quando in Italia si moriva davvero per odio, razzismo, sfruttamento o indifferenza contro persone immigrate o figlie dell’immigrazione?
Quando Jerry Masslo, rifugiato sudafricano fuggito dall’apartheid, veniva assassinato a Villa Literno mentre lavorava come bracciante sfruttato nei campi? La sua morte sconvolse l’Italia e costrinse il Paese a guardare in faccia il razzismo e il caporalato.
Quando nel 2011 a Firenze Samb Modou e Mor Diop venivano uccisi in strada da un estremista di destra, scelti semplicemente perché neri?
Quando Emmanuel Chidi Namdi, rifugiato nigeriano sopravvissuto a Boko Haram e alla traversata nel Mediterraneo, moriva dopo aver difeso la compagna da insulti razzisti?
Quando Abba Abdul Guiebre, ragazzo italiano di origine africana, veniva inseguito e massacrato a sprangate per un pacchetto di biscotti?
Quando Willy Monteiro Duarte, nato in Italia da genitori capoverdiani, veniva ucciso mentre cercava di difendere un amico?
Quando Alika Ogorchukwu, ambulante nigeriano, veniva ammazzato in pieno giorno davanti agli occhi di decine di persone, mentre troppi restavano a guardare?
Quando Satnam Singh, bracciante agricolo indiano, perdeva un braccio in un incidente sul lavoro e invece di essere immediatamente soccorso veniva scaricato davanti casa come un oggetto, con il braccio abbandonato in una cassetta di plastica? Una vicenda di una crudeltà che ha sconvolto l’Italia intera.
Dov’erano quando, appena pochi giorni fa, Bakary Sako, bracciante originario del Mali, regolare in Italia, veniva ucciso all’alba mentre andava in bicicletta a lavorare nei campi? Un uomo descritto da tutti come mite, rispettoso, lavoratore. Secondo la Procura, sarebbe stato scelto deliberatamente e aggredito senza un reale motivo da una baby gang locale.
Ucciso mentre andava a lavorare.
Nel silenzio quasi generale.
La differenza è che queste morti non servono alla propaganda.
Perché non consentono di indicare un nemico straniero.
Costringono invece a guardarci dentro.
A vedere le nostre paure.
Le nostre fragilità.
La nostra violenza.
Il nostro fallimento sociale.
La verità è semplice:
La violenza non ha nazionalità.
La sofferenza mentale non ha passaporto.
Il crimine non ha etnia.
Ma la propaganda dell’odio ha sempre lo stesso metodo:
aspettare la tragedia giusta, trovare subito un colpevole collettivo e trasformare paura e rabbia in consenso.
Un governo serio dovrebbe fare altro.
Dovrebbe investire davvero nella salute mentale, nella prevenzione, nei servizi territoriali, nella presa in carico delle fragilità, nel sostegno alle famiglie e nella serenità delle comunità.
Perché troppe persone vengono lasciate sole fino a quando il disagio non esplode.
E forse, invece di sperperare centinaia di milioni di euro in operazioni propagandistiche fallimentari – come quella dell’Albania – sarebbe il momento di occuparsi davvero delle persone.
Della loro sicurezza.
Della loro salute.
Della loro dignità.
Perché coloro che usano il dolore delle persone e le ferite ancora aperte di una comunità per seminare odio non sono leader politici.
Sono sciacalli.