Il nuovo decreto sicurezza viene presentato come una risposta forte al bisogno di protezione dei cittadini.
Ma la verità è che questo decreto sta già mostrando tutte le sue contraddizioni.
Perfino il Presidente della Repubblica è intervenuto, chiedendo modifiche su una delle norme più controverse.Un fatto raro, che segnala quanto il provvedimento sia fragile sul piano giuridico e istituzionale.
Tra i punti più incredibili c’è una norma che prevedeva il pagamento degli avvocati solo se il migrante assistito accettava di rimpatriare.Non per difenderlo meglio.Non per garantirgli i suoi diritti.Ma per convincerlo ad andare via.
È una scelta che mette in discussione il senso stesso del diritto di difesa e che ha sollevato perplessità persino al Quirinale.
Eppure, al di là di questo episodio, resta il problema più grande.
La sicurezza non si costruisce soltanto con il pugno duro.Si costruisce rendendo le città vivibili, accessibili, illuminate, presidiate socialmente.
Si costruisce con scuole aperte, sport, cultura, educativa di strada, spazi di aggregazione, trasporti sicuri, sostegno alle famiglie.
Si costruisce offrendo ai più giovani opportunità vere, per sottrarli alla violenza agita e a quella subita.
Quando si sostituisce la prevenzione con la repressione, e la cura con la paura, non si rafforza lo Stato.Si ammette il fallimento di una visione.
La sicurezza vera non nasce dalla forza.Nasce dalla giustizia sociale, dalla presenza pubblica e dalle opportunità.