Diciassette anni.
Zoe aveva diciassette anni.
Ogni volta pensiamo che sia l’ultima.
Ogni volta diciamo “mai più”.
E invece i nomi continuano.
Nel 2025 Elisa e Maria, Romina, Jhoanna, Quintanilla, Sabrina, Ruslana, Laura, Sara.
Nel gennaio 2026 Federica e Maria.
A febbraio Zoe.
I nomi cambiano.
La scia di sangue no.
Dobbiamo smettere di raccontarci una bugia: la violenza sulle donne non è un problema di una cultura “vecchia”.
Sta crescendo tra i giovanissimi.
Si insinua nelle relazioni, nei conflitti, nei silenzi.
Qui non c’è solo una ragazza uccisa.
C’è un ragazzo poco più che ventenne in carcere.
Due famiglie distrutte. Una comunità smarrita.
E dentro questa tragedia si è aperta un’altra ferita: l’accusa contro un ragazzo innocente, indicato per il colore della sua pelle.
L’odio della folla.
Il bisogno di un colpevole subito.
Violenza contro una donna.
Razzismo.
Giustizia sommaria.
È un clima che fa paura.
Ed è il segnale di una società che sta perdendo i suoi argini.
Le leggi più dure servono. Le pene sono necessarie.
Ma arrivano dopo, quando una ragazza non c’è più.
Per questo ho scelto di fare la mia parte, dentro e fuori le istituzioni: rafforzando la rete antiviolenza, attivando i primi centri comunali a Napoli, sostenendo le case rifugio, promuovendo i percorsi rosa negli ospedali.
Formare chi opera nei pronto soccorso a riconoscere i segnali della violenza significa salvare vite. Significa non voltarsi dall’altra parte.
Ma tutto questo è già dopo.
C’è tanto da fare prima.
Prima che la rabbia diventi possesso.
Prima che la fragilità diventi controllo.
Prima che un’emozione mal gestita diventi tragedia.
Cancellare l’educazione sentimentale dalle scuole è stato un errore grave.
I ragazzi hanno bisogno di strumenti, non di silenzi.
Di imparare il rispetto, il consenso, la libertà dell’altro.
Se non interveniamo lì, continueremo a rincorrere l’emergenza.
Continueremo a scrivere nomi.Io non voglio più contare nomi.
Voglio che le nostre ragazze possano contare sul futuro.