Conosco Nicolò da anni.
L’ho visto crescere. Ho visto il suo sorriso, la sua passione per l’arte, la sua voglia di partecipare alla vita.
E conosco sua madre, Annarita: una donna competente, instancabile, che affronta ogni difficoltà con metodo, amore e coraggio. Una madre che non ha mai smesso di credere nella scuola.
In queste foto non c’è un “caso”.
C’è un ragazzo di 13 anni con autismo severo che ama la scuola, la musica, lo sport, la vita. Un ragazzo che, grazie a un lavoro serio e condiviso tra famiglia, specialisti e docenti, aveva costruito un equilibrio prezioso.
E quell’equilibrio oggi è stato spezzato.
Quando le ore previste dal PEI non vengono garantite.
Quando si interrompe la continuità educativa.
Quando le indicazioni degli specialisti non diventano pratica quotidiana.
Non siamo davanti a un dettaglio amministrativo.
Siamo davanti a un diritto che arretra.
Dietro ogni ora persa non c’è burocrazia.
C’è regressione possibile.
C’è ansia.
C’è un ragazzo che perde punti di riferimento.
C’è una famiglia che vede sgretolarsi anni di lavoro.
La scuola deve essere presidio di inclusione, non un muro di gomma.
L’inclusione non si celebra nelle giornate a tema: si pratica ogni giorno, con responsabilità, competenza, ascolto.
Annarita non ha mai chiesto privilegi.
Ha chiesto il rispetto della legge e della dignità di suo figlio.
Se oggi è stata costretta a depositare un ricorso, significa che qualcosa non ha funzionato.
Non possiamo permettere che a Nicolò – e a tanti ragazzi come lui – vengano spezzate le ali.
Io sono al loro fianco. Non per solidarietà formale, ma per convinzione profonda: il diritto allo studio e alla salute non si negozia.
Si garantisce. Sempre.