Qualche tempo fa ho conosciuto Giovanni.
Giovanni ha 37 anni, la sindrome di Down e, da due anni, ogni settimana sale in bicicletta per andare a lavorare nello studio notarile di Massimo Esposito, originario di Salerno e residente a Bondeno, in provincia di Ferrara.
Vidima libri sociali, svolge commissioni, si occupa di attività che richiedono responsabilità, precisione, affidabilità.
Una storia che potrebbe sembrare normale — e che dovrebbe esserlo sempre — ma che porta con sé qualcosa di straordinario: fiducia, opportunità, dignità, inclusione vera.
La cosa che più mi ha colpita è che Giovanni non vive tutto questo come qualcosa di eccezionale.
Quando qualcuno gli ha chiesto se fosse stato difficile affrontare questa esperienza, lui ha risposto con una semplicità disarmante:
“E perché mai?”
Ed è lì che ho provato forse l’emozione più forte.
Perché troppo spesso siamo noi, come società, a costruire limiti prima ancora delle persone. Siamo noi ad avere paura, a immaginare ostacoli, a rinchiudere le possibilità dentro stereotipi, pregiudizi e parole sbagliate.
Ascoltare la sua testimonianza durante “Not Down”, all’ISIS Melissa Bassi di Scampia, è stato profondamente emozionante.
In una scuola simbolica, in un territorio complesso ma straordinariamente pieno di energie positive, insieme agli studenti, al Dirigente scolastico Domenico Mazzella di Bosco, alle docenti che hanno creduto in questa iniziativa, al notaio Massimo Esposito e soprattutto a Giovanni, abbiamo parlato di inclusione concreta.
Quella che non si racconta soltanto nei convegni o nei documenti.
Quella che prende forma nella vita quotidiana, nel lavoro, nell’autonomia, nelle relazioni, nella fiducia reciproca.
Perché Giovanni non rappresenta soltanto una bella storia.
Rappresenta una possibilità concreta.
Un messaggio forte contro i pregiudizi e contro quella cultura della “protezione passiva” che, troppo spesso, rischia inconsapevolmente di trasformarsi in esclusione.
La vera inclusione non è assistere qualcuno da lontano.
La vera inclusione è credere nelle persone, investire sulle loro competenze, creare occasioni autentiche di autonomia, dignità e partecipazione.
Per questo voglio dire grazie al notaio Massimo Esposito, al Dirigente scolastico Domenico Mazzella di Bosco, alla Vicepreside Tiziana della Medaglia, alle professoresse Diamante D’Auria Del Medico e Carlotta Margiotta, e a tutte le persone che hanno reso possibile questo incontro.
Un ringraziamento speciale anche a Berto Severino: è stato davvero bello ritrovarci, ancora una volta, dalla stessa parte. Dalla parte dell’inclusione, della dignità e di una società che non lasci indietro nessuno.
Perché l’inclusione non si racconta soltanto.
Si pratica.
E quando la incontri davvero, emoziona.