In rete circolano sempre più video di animali “costretti” a mangiare cibi piccantissimi: gatti, scimmie, conigli che si contorcono tra urla e dolore.
Molti di questi filmati non sono reali, ma generati con l’intelligenza artificiale.
Eppure il risultato è lo stesso: milioni di visualizzazioni, commenti, condivisioni.
Un ciclo di indignazione che diventa business.
Perché dietro ogni “contenuto virale” c’è qualcuno che lucra sulle nostre emozioni — anche sulla sofferenza, anche sulla falsità.
Ma il problema non è solo l’IA.
È il gusto morboso per la crudeltà, la perdita di empatia, la spettacolarizzazione del dolore.
È l’idea che tutto possa diventare intrattenimento, anche l’abuso.
Creare o diffondere immagini di animali in agonia — vere o simulate — significa contribuire a una cultura che normalizza la violenza e può spingere all’emulazione, soprattutto tra i più giovani.
La rete può educare o disumanizzare.
Sta a noi scegliere se usarla per costruire consapevolezza o per alimentare cinismo e profitto.