Di fronte alla tragedia avvenuta in Svizzera, dove hanno perso la vita decine di giovanissimi, non si può restare in silenzio.
Siamo abituati a considerare la Svizzera come il simbolo dell’efficienza, della precisione, del rispetto delle regole. Eppure, davanti a quanto accaduto, è inevitabile porsi delle domande.
Com’è possibile che una struttura aperta al pubblico non fosse idonea e adeguatamente controllata?
Com’è possibile che si sia arrivati a perdere così tante vite in un luogo che avrebbe dovuto essere sicuro?
Ma c’è un tema ancora più profondo, che non possiamo eludere: l’età delle vittime.
Parliamo in gran parte di minorenni. Ragazzi giovanissimi.
E allora la domanda è una sola, ed è scomoda:
quanto vale la vita dei nostri ragazzi?
Com’è possibile che adolescenti si trovassero in un contesto dove si beve come in un locale per adulti?
Se in Svizzera – escluso il Canton Ticino – alcune sostanze sono legali, allora forse è la legge stessa che va messa in discussione.
Perché la legalità non può mai diventare un alibi quando a pagarne il prezzo sono dei minori.
Perché il profitto e il business non possono mai prevalere sulla tutela della vita.
Come comunità adulta dobbiamo avere il coraggio di guardarci allo specchio.
Di chiederci che tipo di futuro stiamo offrendo ai nostri figli.
Di chiederci se stiamo davvero facendo abbastanza per proteggerli, educarli, accompagnarli.
È necessario acquisire piena coscienza e responsabilità del nostro ruolo nei loro confronti.
Quando tragedie simili avvengono in Italia, il giudizio internazionale è immediato e spesso impietoso.
Oggi, con la stessa onestà, dobbiamo dire che qualcosa non ha funzionato anche altrove.
La sicurezza non è un dettaglio burocratico.
È una responsabilità morale.
È un dovere verso i giovani, verso le famiglie, verso l’intera società.
Ma c’è un ultimo elemento che rende questa vicenda ancora più inaccettabile: nel locale erano presenti anche ragazzini di appena 13 anni, alcuni dei quali italiani.
In Italia una situazione del genere non sarebbe mai stata consentita. La tutela dei minori è un principio inderogabile, tanto che lo Stato può arrivare, quando necessario, anche all’allontanamento dei bambini dalle famiglie per proteggerli.
Per questo è inconcepibile che le regole possano diventare elastiche quando si parla di contesti benestanti, di famiglie ricche, di luoghi considerati “sicuri” solo perché esclusivi.
La sicurezza e la dignità dei nostri bambini non dipendono dal reddito, dal passaporto o dallo status sociale.
Un altro elemento, agghiacciante, completa questo quadro:
quando le fiamme avevano già avvolto il soffitto, molti ragazzi continuavano a ballare e a filmare, senza rendersi conto del pericolo imminente.
Un segnale drammatico di assenza di percezione del rischio, di normalizzazione dell’eccesso, di una solitudine educativa che chiama in causa il mondo adulto.
A tredici anni non si dovrebbe essere esposti ad alcol o sostanze, in nessun Paese che si definisca civile.
Se tutto questo è stato possibile, allora qualcuno ha sbagliato gravemente.
E su questo non si può né tacere, né voltarsi dall’altra parte.