Negli ultimi giorni l’opinione pubblica è stata colpita da un nuovo caso di accumulo compulsivo di animali.
Decine — in alcuni casi centinaia — di animali trovati in condizioni difficili, in ambienti non adeguati, con un intervento urgente delle autorità e l’impegno immediato di volontari e associazioni per metterli in salvo.
Una vicenda che ha suscitato indignazione e preoccupazione, e sulla quale si sono attivati anche esponenti istituzionali e attivisti.
Ma che, ancora una volta, ci pone davanti a una domanda più profonda: perché queste situazioni continuano a ripetersi?
Questi episodi non sono rari.
Sono, purtroppo, numerosissimi.
E molto spesso restano invisibili fino a quando non esplodono in una emergenza.
Nella maggior parte dei casi, a intervenire per primi sono i volontari.
Sono loro che prendono in carico gli animali, che li curano, che cercano una sistemazione dignitosa.
E spesso sono gli stessi volontari che provano, con umanità e pazienza, ad aiutare anche le persone coinvolte.
Ma non può essere lasciato tutto sulle loro spalle.
L’accumulo compulsivo di animali non è solo un problema di benessere animale.
È una questione sanitaria, sociale e spesso psichiatrica.
È una patologia riconosciuta, che richiede competenze e responsabilità condivise.
Quando ho avuto la delega alla tutela degli animali e al welfare, ho affrontato più di un caso di questo tipo.
Ricordo bene quanto fosse necessario coinvolgere tutte le istituzioni: servizi veterinari, servizi sociali, psichiatria, polizia municipale, vigili del fuoco, forze dell’ordine.
Solo un lavoro coordinato consente di gestire situazioni così complesse.
C’è poi un altro aspetto che troppo spesso viene trascurato.
Dopo l’intervento, nella maggior parte dei casi, non viene disposto alcun divieto o misura di controllo.
E così la situazione si ripete.
Gli animali vengono salvati, ma la persona resta sola, senza un percorso di cura e senza un limite concreto che impedisca di raccogliere altri animali.
È qui che il sistema deve cambiare.
Serve una vera presa in carico sociale e sanitaria.
Servono procedure chiare.
Servono misure specifiche per assicurarsi che la persona, che sicuramente ha bisogno di aiuto, non torni ad accumulare altri animali.
Perché ogni volta che queste situazioni si incancreniscono è perché non sono state affrontate in modo strutturale ed efficace.
E ogni volta che la salute mentale non trova il giusto riscontro, rappresenta un fallimento per tutti.
Non possiamo continuare ad affidarci al clamore mediatico come unica strada possibile.
Dobbiamo costruire risposte stabili, integrate e tempestive.
Per tutelare gli animali.
Ma anche per aiutare davvero le persone.