Ci sono tempi in cui parlare di pace richiede più coraggio che parlare di guerra.
Tempi in cui la pace diventa una parola scomoda, quasi impronunciabile.
Eppure, proprio in questi tempi, chi sceglie di pronunciarla compie un atto politico, umano, profondo.
La testimonianza civile e morale che ascoltiamo oggi, così come quella pubblica e limpida di Charlize Theron, ci ricordano che esiste ancora uno spazio per la coscienza, per la responsabilità, per la verità detta a voce alta. Anche quando costa. Soprattutto quando costa.
Fa male, invece, provare vergogna per ciò che è accaduto a Ghali.
Per una parola censurata.
Per un messaggio di pace trattato come una colpa.
Perché censurare la pace significa accettare che il rumore delle armi sia più legittimo del silenzio che salva.
Viviamo in un mondo attraversato da conflitti ovunque, da una violenza che sembra normale, da una rassegnazione che anestetizza. Ma la pace non è ingenuità. Non è neutralità. Non è debolezza.
Come ci ha insegnato Nelson Mandela:
«La pace non è solo assenza di guerra, ma presenza di giustizia, di rispetto, di diritti, di dignità.»
E allora vale la pena ricordarlo anche con le parole semplici, disarmate e potenti di Gianni Rodari:
«Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
la guerra.»
Oggi scegliere la pace è un atto di coraggio.
E chi la difende, chi la nomina, chi la testimonia, non va mai lasciato solo.