Caos e urla in aula dopo la sentenza per la morte dei tre giovani ragazzi — Sara, Aurora e Samuel — nella fabbrica di fuochi artificiali a Ercolano, il 18 novembre 2024.
So che quello di cui sto per parlare è un tema difficile.
E so che è impopolare.
Ma proprio evitando i temi difficili, e parlando solo alla pancia, la brutta politica ha trovato spazio.
Io non voglio far parte di quella politica, e per questo sento il dovere di dire che ciò che è accaduto ieri al tribunale di Napoli non è soltanto un episodio di cronaca.
È un campanello d’allarme.
Sedie rovesciate, urla, una giudice costretta a chiudersi in una stanza: immagini che non dovremmo mai vedere.
Ma dietro quella furia c’è un dolore immenso: Sara e Aurora, 26 anni, e Samuel, 18.
Tre vite spezzate, due famiglie che da un anno convivono con un vuoto che nessuna condanna potrà colmare.
Ed è proprio qui che nasce il nodo: nelle tragedie più grandi la richiesta di giustizia rischia di trasformarsi in richiesta di vendetta.
È umano, comprensibile.
Ma la giustizia non può essere dettata dall’emotività, né diventare una risposta alla rabbia.
Un giudice non può essere spinto a decidere per “stare dalla parte” di qualcuno.
La giustizia deve restare nel perimetro della legge, della proporzionalità, della responsabilità.
Non per buonismo, ma per efficacia: una pena serve alla sicurezza collettiva, a prevenire, a ridurre la recidiva.
Alle due famiglie va tutta la mia vicinanza.
E il mio grazie va alla giudice, alla pm e alle forze dell’ordine che hanno evitato il peggio.
Perché quando trasformiamo un’aula di tribunale in un ring, non stiamo difendendo nessuno.
Stiamo solo aprendo la porta a un Paese dove la legge smette di essere un argine e diventa un’opinione.
Io non voglio quel Paese. E continuerò, con determinazione, a lavorare per una giustizia che ascolta, che protegge, che educa.
Una giustizia che non promette miracoli, ma costruisce futuro.
PS. Questa tragedia non nasce solo da una sentenza contestata: nasce da una fabbrica abusiva, da un luogo di lavoro illegale dove giovani venivano impiegati senza tutele e senza sicurezza.
Le responsabilità non iniziano in tribunale, iniziano prima, quando chi sa non denuncia, quando chi deve controllare non controlla. Mentre ci avviciniamo al Capodanno, e sappiamo quanto il mercato dei fuochi illegali sia diffuso, questo dovrebbe essere un monito per tutti: denunciare, segnalare, intervenire prima che accada l’irreparabile.
Perché la giustizia più efficace è quella preventiva: quella che salva vite prima che il dolore prenda il posto della speranza.