Ponticelli, periferia di Napoli.
Porta Capuana, nel cuore del centro storico.
Taranto.
Tre storie diverse.
Tre dinamiche completamente differenti.
Ma un’unica domanda che la politica non può più continuare a evitare: quanto ancora vogliamo rincorrere le emergenze senza affrontare davvero le cause profonde del degrado sociale e della violenza?
A Ponticelli è morto Fabio Ascione, vent’anni, ucciso in quello che gli investigatori ritengono possa essere un agguato legato alla criminalità organizzata, con il sospetto terribile dello scambio di persona. Un ragazzo finito dentro una realtà in cui la presenza della camorra continua ancora oggi a condizionare territori, vite e futuro.
A Porta Capuana un uomo di 32 anni originario del Burkina Faso è stato ucciso da un cinquantottenne tunisino durante una lite degenerata in violenza estrema. Una tragedia maturata in un contesto di tensione sociale e degrado che residenti e commercianti denunciano da anni, chiedendo maggiore presenza dello Stato, controlli continui e interventi strutturali, non soltanto operazioni temporanee o annunci.
A Taranto, invece, Bakary Sako, lavoratore regolare originario del Mali, è stato brutalmente ucciso da una banda di giovanissimi italiani. Un episodio sconvolgente che racconta un’altra forma di disagio: quella di una violenza giovanile sempre più feroce, vuota, disumana, che cresce spesso nell’assenza educativa, sociale e culturale.
Tre vicende, apparentemente, molto diverse tra loro.
Ed è proprio questo il punto.
Perché il problema esiste a prescindere da chi colpisce e da chi viene colpito.
Non basta dire “è colpa degli immigrati”.
Intanto perché non lo è.
E poi perché è compito dello Stato, in tutte le sue articolazioni, governare fenomeni complessi e non subirli.
Così come non basta liquidare tutto parlando genericamente di disagio sociale.
Esistono problemi reali di sicurezza, di marginalità urbana, di criminalità organizzata, di violenza giovanile, di gestione dei flussi migratori, di territori lasciati soli, di assenza educativa e di impoverimento sociale.
E potremmo raccontare purtroppo tantissimi altri episodi, accaduti nelle grandi città come nei piccoli centri.
Perché il problema ormai attraversa l’intero Paese.
E troppo spesso non esiste più alcuna differenza tra periferie, centri storici o province apparentemente tranquille.
Negare questi problemi è irresponsabile.
Strumentalizzarli è ancora peggio.
La politica deve smetterla di vivere di slogan, propaganda e polemiche continue sui social.
E deve finalmente tornare a governare la complessità.
Perché non servono accordi politici costruiti soltanto sugli equilibri di potere.
C’è bisogno di amministratori e politici competenti, lungimiranti, capaci di leggere i cambiamenti sociali e di affrontarli prima che esplodano.
Servono politiche strutturali e permanenti:
più presenza dello Stato nei territori,
più prevenzione sociale,
più educativa territoriale,
più controlli,
più integrazione vera,
più sostegno alle famiglie,
più interventi contro la dispersione scolastica e la criminalità minorile,
più riqualificazione urbana,
più capacità di costruire comunità e non soltanto consenso elettorale.
Perché quando le istituzioni arretrano, il vuoto non resta mai vuoto.
E il conto, alla fine, lo pagano sempre i cittadini.