In Campania, a Napoli come in tante altre città della nostra regione, si torna a parlare di sicurezza nelle scuole e nei quartieri, spesso invocando soluzioni rapide, visibili, “rassicuranti”.
Ma dobbiamo avere il coraggio di dirlo: la paura non può essere l’unica politica pubblica rivolta ai giovani.
Don Giovanni Bosco ci ha lasciato una lezione che qui, più che altrove, conosciamo bene:
«In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene».
Anche nei nostri territori, non esistono “mele marce”.
Esistono periferie dimenticate, famiglie sole, scuole lasciate senza strumenti, ragazzi che crescono senza spazi di parola, senza adulti capaci di restare.
Il metal detector individua una lama.
Ma non intercetta la solitudine, la noia, la rabbia che nasce dal sentirsi invisibili.
Non vede il branco digitale, l’assenza di futuro, il bisogno disperato di riconoscimento.
La devianza minorile ha un volto umano.
E in Campania quel volto lo incontriamo ogni giorno: nei quartieri popolari, nelle scuole difficili, nei servizi sociali sotto organico, nelle comunità educative che resistono con risorse insufficienti.
Per questo gli investimenti sulle agenzie educative non possono essere straordinari o emergenziali.
Devono essere strategici e strutturali.
Scuola, servizi sociali, educatori di strada, sport, cultura, terzo settore: sono questi i veri presìdi di sicurezza democratica.
Educare non significa giustificare.
Significa fermare quando serve, ma accompagnare sempre.
Restituire dignità, ricostruire legami, riaprire possibilità.
Se continuiamo a rispondere solo con barriere e dispositivi di controllo, rischiamo di aggravare ciò che diciamo di voler prevenire. Se invece investiamo con continuità nelle relazioni educative, costruiamo sicurezza vera e duratura.
La sicurezza passa dall’educazione.
E l’educazione non è un costo: è una scelta strutturale di futuro.