All’indomani del voto, improvvisamente arrivano le dimissioni.
Non prima.
Non quando sono emersi i problemi giudiziari.
Non quando il Paese chiedeva trasparenza e responsabilità.
Ma solo dopo il verdetto delle urne.
Ed è difficile non vedere in questa scelta un tentativo di trovare dei capri espiatori.
Qualcuno da sacrificare per dare l’idea di un cambio di passo, per placare il malcontento, per salvare l’immagine del governo.
Perché la domanda è semplice, ed è profondamente politica: se quelle vicende erano incompatibili con il ruolo ricoperto, perché le dimissioni non sono state chieste subito?
La responsabilità istituzionale non può essere a intermittenza. Non può accendersi solo quando conviene. Non può dipendere dall’esito di un voto. Se il risultato fosse stato diverso, se avesse vinto il sì, oggi staremmo parlando di dimissioni?
Oppure tutto sarebbe rimasto esattamente com’era?
È questo il punto che non può essere eluso. Perché la credibilità delle istituzioni si misura nei momenti difficili, quando emergono i problemi, non quando arriva la sconfitta e diventa necessario correre ai ripari.
Ed allora mi viene inevitabilmente in mente la Regina di Cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie, quella che per ogni problema — spesso creato da lei stessa — gridava: “Tagliategli la testa!”
Una reazione teatrale, impulsiva, utile a salvare il potere nel momento di difficoltà, ma incapace di affrontare davvero le responsabilità.
La politica non dovrebbe funzionare così. Non dovrebbe cercare colpevoli dopo, quando il danno è fatto. Dovrebbe assumersi le responsabilità prima, quando serve coraggio.
Altrimenti non è senso dello Stato. È solo gestione del danno.