La vicenda che riguarda il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove non può essere liquidata come una polemica politica.
Per chi non la conoscesse: sono emerse notizie e immagini che documentano incontri e rapporti con persone legate ad ambienti della criminalità organizzata.
Di fronte a questi fatti, prima sono arrivate smentite, poi minimizzazioni, poi spiegazioni tardive.
E a quel punto torna alla mente una frase che nella storia della Repubblica è diventata simbolo di un certo modo di difendersi: “a mia insaputa”, come disse anni fa Claudio Scajola.
Ma qui il problema non è solo cosa si sapeva o non si sapeva.
Il problema è la credibilità delle istituzioni.
E non è la prima volta che il nome di Delmastro finisce al centro di vicende discutibili: basti ricordare il caso della pistola detenuta e portata con leggerezza in un contesto in cui la prudenza e il senso delle istituzioni avrebbero imposto ben altro comportamento.
La verità è che chi ricopre incarichi pubblici non può permettersi zone d’ombra, reticenze o versioni che cambiano nel tempo.
La trasparenza non è un’opzione.
È un dovere.
Ed è proprio per questo che questa vicenda incrocia un tema ancora più grande: l’indipendenza della magistratura.
Perché oggi c’è chi propone riforme che rischiano di subordinare la magistratura alla politica, rendendo più difficile proprio quel lavoro di accertamento e indagine che serve a far emergere la verità.
Le indagini non sono un problema per la democrazia.
Sono la sua garanzia.
Uno Stato forte non teme i controlli.
Li difende.