Lo scorso venerdì ho partecipato a Salerno a un incontro importante sul contrasto ai combattimenti tra cani e sull’istituzione del fondo per il recupero comportamentale degli animali sequestrati.
Un tema duro, spesso invisibile, ma che racconta molto del livello di ferocia dell’essere cosiddetto “umano”.Dietro ogni combattimento clandestino non ci sono solo animali feriti.
Ci sono violenza, illegalità, criminalità, sfruttamento.
Animali addestrati a combattere fino alla morte, altri in gabbie anguste sono considerati solo fattrici, altri ancora non adatti né all’una, né all’altra funzione, utilizzati per far allenare i primi. Corpi vuoti destinati esclusivamente al dolore.
E c’è una sofferenza che continua anche dopo il sequestro, se non esistono strumenti adeguati per il recupero.
Per questo l’istituzione di un fondo dedicato rappresenta un passo concreto.
Significa riconoscere che salvare un animale non basta.
Bisogna accompagnarlo in un percorso di cura, di riabilitazione, di restituzione alla vita.
A tutte le persone che ogni giorno lavorano sul campo — magistrati, forze dell’ordine, veterinari, istruttori, educatori, volontari, istituzioni e politici (ancora troppo pochi) — va il mio rispetto e la mia gratitudine.
Così come a chi ha organizzato questo evento così importante.
Poi esco da quell’incontro, carica di immagini e di parole difficili, e tornando a casa attraverso le strade del centro di Napoli.
E quello che vedo è uno schiaffo.
Un cane costretto a stare immobile per ore, ridicolizzato con accessori per attirare l’attenzione dei passanti.
Un altro animale trasformato in scenografia per raccogliere monete.
Non è intrattenimento. Non è folklore. È sfruttamento.
È la stessa logica che porta ai combattimenti clandestini, ai canili lager, agli allevamenti illegali, agli animali usati come oggetti, sfruttati, spesso abbandonati, maltrattati, seviziati.
Cambiano i contesti, ma la cultura è la stessa: usare chi non ha voce per il proprio tornaconto. E io sono stanca.
Stanca di non avere e non riuscire a dare risposte. Stanca delle stupide competizioni, degli antagonismi, dell’invidia e di una miseria umana che troppo spesso si accanisce sui più deboli.
Stanca di vedere uomini e donne mortificare, maltrattare, ridurre in schiavitù esseri viventi che dipendono completamente da noi. A volte mi sento fuori posto in questo tempo.
Fuori posto perché non riesco a voltarmi dall’altra parte.
Perché continuo a pensare che la dignità — umana e animale — debba venire prima di tutto. Io continuerò ad impegnarmi. Questo non cambia.
Ma oggi lo dico senza retorica. Senza ottimismo di maniera. Oggi la speranza e il mio consueto ottimismo sono un po’ fiacchi. E non me ne vergogno.
Perché quando la sofferenza diventa normalità e l’indifferenza diventa abitudine, il peso si sente tutto. E non sempre si riesce a sorridere come si fa negli altri giorni.
Oggi va così. Con più amarezza che speranza. Ma con la stessa ostinazione a non voltarmi dall’altra parte.